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II realismo nell'arte

Ad Aristotele si deve la precisazione, divenuta canonica, dell'idea di mimesi. Nella Poetica, egli dà una definizione oggettiva e svalutativa della tragedia, come «imitazione di un'azione» (mfmesis prdxeos), sottraendola alla condanna moralistica di Platone. Mentre questi ne vedeva soltanto gli aspetti soggettivi (psicologici ed emotivi), egli individua l'esatta origine dell'impulso artistico in un naturale «piacere dell'imitazione». La tendenza imitativa è propria dell'uomo e contribuisce a distinguere la sua intelligenza tecnica da quella degli altri animali. Mentre le bestie hanno naturalmente istinti e comportamenti che non possono modificare, l'uomo rivela la propria natura razionale plasmando se stesso mediante l'azione. L'artista, imitando con verosimiglianza l'azione dell'uomo, contribuisce a ridefinirne il comportamento etico. La tragedia è uno spettacolo istruttivo, che consente all'uomo di "purgare" le passioni irrazionali (catarsi). L'arte, proprio in quanto imitativa, ha un valore conoscitivo. Bisogna rinunciare alla visione idealistica delle cose, propria di Platone. La realtà empirica non è copia di un cosmo intelligibile trascendente, ma è essa stessa realtà vera, formata dal dio.

Poesia e verità

L'imitazione della natura è dunque propedeutica alla conoscenza della verità, che raggiunge il proprio culmine, tuttavia, anche per Aristotele, con la filosofia o la teologia. Il grado di verità proprio dell'arte la colloca a metà strada fra la storia e la filosofia. La storia è narrazione (dunque anch'essa mimesi) dei fatti, colti nella loro successione cronologica e unicità di accadimento. La poesia è più universale (dunque più vera) della storia, in quanto raffigurazione di azioni umane possibili o verosimili. La filosofia, infine, è conoscenza veramente universale delle cause che determinano la realtà, e dunque si colloca al vertice del sapere. Ma non è esatto concludere (come faceva Platone), dall'inferiore valore conoscitivo dell'arte rispetto alla filosofia, una totale assenza di valore o una squalificazione morale del fare (poièin) artistico. Esso occupa piuttosto un grado inter-medio tra la verità empirica della storia e quella universale della filosofia o della scienza, cui non avrebbe senso rinunciare per mero scrupolo moralistico.

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