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La causa principale della diffusione del doping è l’esasperazione della competizione, causata da interessi economici e politici, ma il giro d’affari che ruota intorno agli incontri sportivi non può giustificare il diffondersi di una mentalità tollerante nei confronti del doping. Esso va fortemente combattuto per impedire che si diffonda tra i giovani che si avviano all’agonismo sportivo. La pratica del doping è un atto sportivo illecito per vari motivi:
- esso costituisce un vantaggio acquisito slealmente. Ogni spot impone, infatti oltre alle regole di gioco, anche dei divieti, per esempio il divieto di partenza anticipata (denominata falsa partenza) o la proibizione a far uso di equipaggiamento non regolamentare. Il rispetto delle regole serve a garantire a tutti i partecipanti uguali condizioni di partenza; la loro infrazione viene dunque punita con la squalifica o con la sospensione dalle gare;
- l’uso indiscriminato di farmaci provoca rilevanti danni all’organismo. Alcuni organi subiscono danni spesso irreversibili. Nei casi più gravi sopraggiunge anche la morte, dopo averne fatto uso per anni.

- tale pratica ha una diffusione preoccupante tra i giovani che ingeriscono sostanze di cui non conoscono del tutto o per nulla gli effetti, il cosiddetto doping artigianale.
Lo spirito sportivo autentico si basa sull’esercizio della volontà, sul sacrificio e sulla costanza dell’allenamento. E’ necessario comprendere che i farmaci devono essere usati solo per far fronte alle malattie e non per migliorare l’efficienza fisica e combattere l’affermazione di una mentalità a favore del doping tra atleti, allenatori e sostenitori. I giovani sportivi devono crescere con la consapevolezza che il vero confronto con l’avversario deve rimanere un confronto tra atleti e non tra farmaci. Purtroppo, a volte gli stessi genitori, quando vogliono fare dei figli campioni a tutti i costi, possono indurre una mentalità antisportiva, dimenticando che lo sport deve essere un occasione di crescita in cui la sconfitta fa parte del gioco. Dobbiamo ricordarci che seguire un corretto comportamento sportivo, un adeguato stile di vita, una corretta alimentazione e cercare di migliorare le proprie prestazioni senza supporti farmacologici è ciò che fa dell’atleta un vero campione. Le responsabilità in gioco sono molte, a partire dagli atleti e dagli allenatori che cambiano le regole sportive per ottenere migliori risultati; è alta la responsabilità delle case farmaceutiche che per interessi economici producono e vendono sostanze dopanti, sono colpevoli anche i medici e l’equipe mediche che prescrivono e somministrano farmaci non a scopo terapeutico, anche la non so cosa sportiva ha delle responsabilità in quanto dimostra interesse per la grande prestazione o la sconfitta dell’atleta. Infine anche il mondo politico ha delle colpe in quanto spesso sottovaluta il fenomeno, a volte per paura di compromettere gli ingenti interessi economici in gioco.
La pratica del doping ha origini molto antiche, anche se il termine inglese to dope che significa drogare, compare solo alle fine dell’800. Gia i Greci e i Romani facevano, infatti uso di sostanze estratte da piante funghi o semi ritenute capaci di migliorare le prestazioni agonistiche non solo degli uomini ma anche degli animali, come i cavalli da corsa durante le gare. Nel ventesimo secolo gli interessi economici legati allo sport diventarono sempre più esasperati: lo sport risultò un vero affare per chi lo gestiva e per chi lo praticava con successo. Il fenomeno doping prese vita in modo massiccio. All’inizio del secolo l’utilizzo di sostanze dopanti era tacitamente ammesso dalla comunità sportiva internazionale. Le sostanze erano preparazioni somministrate senza dati certi sulla loro efficacia; all’inizio si trattava di zollette di zucchero e poi brandy. Il primo caso accertato di morte per doping risale, addirittura al 1886 con la morte per overdose di droga del ciclista Artur Lington. Negli anni 50 fecero la loro comparsa le anfetamine, che ebbero la loro massima diffusione negli anni settanta e, poco dopo i primi stimolanti artificiali. Intanto i casi di malattie legate al doping divennero sempre più numerosi. Ai giochi olimpici di Roma morirono due atleti: il ciclista danese Knutiensen stroncato da un collasso per eccesso di anfetamine e l’ostacolista Dick Howard, trovato morto per overdose di eroina. Sulla scia emotiva di queste due morti, nel 1960 venne mosso il primo passo significativo nella lotta contro il doping. Furono introdotti i primi test antidoping e il concilio europeo, comprendente 20 nazioni, stilò un documento di condanna dell’uso di sostanza dopanti nello sport. Si dovette, però, arrivare alla tragica scomparsa del ciclista britannico Tommy Simpson durante il tour de France del 1967, per muovere passi più convincenti nella lotta al doping. Nel 1968 alle olimpiadi di città del Messico il CIO (Comitato olimpico internazionale) rese ufficiale la prima lista di sostanze proibite. Nel 1971 il CIO pubblicò una lista dettagliata dei farmaci e delle sostanze non utilizzabili dagli atleti, che è tuttora in vigore. Negli anni ottanta lo sviluppo delle tecniche di laboratorio contribuì a incrementare i tipi e la frequenza dei test antidoping. Questi provvedimenti non furono sufficienti a bloccare il fenomeno: le sostanze dopanti venivano assunte dagli atleti lontano dal periodo di competizione e dai relativi controlli antidoping. Dal doping per la performance ai passò al doping ematico ossia la somministrazione di globuli rossi, oppure di sostanze artificiali, per migliorare il trasporto di ossigeno: una pratica oggi vietata in tutte le sue forme perché può provocare gravi danni cardiocircolatori.
Nel corso degli anni ottanta ebbero grande diffusione anche gli steroidi anabolizzanti, in grado di far aumentare la massa muscolare, ma accusati di causare tumori e impotenza. Durante la guerra fredda, la competizione tra paesi dell’Est e dell’Ovest raggiunse i suoi massimi livelli. I paesi dell’Est pianificarono programmi di somministrazione scientifica dei farmaci ai propri atleti. Gli effetti di queste sostanze erano fin troppo visibili: alterazioni ormonali provocavano la comparsa di caratteri maschili nelle atlete e in generale danni organici irreversibili. Il fenomeno si diffuse anche in occidente, come dimostra la squalifica del velocista canadese Ben Johnson, accusato di aver fatto uso di steroidi anabolizzanti alle olimpiadi di Seul. Oggi l’attenzione verso il doping è aumentata.
Una politica antidoping basata sul solo fondamento della tutela della salute, non è più sufficiente. Bisogna agire in modo incisivo per mezzo della prevenzione e della perseguibilità penale. Le sostanze vietate sono:
- Gli stimolanti;
- I narcotici e gli analgesici;
- I diuretici;
- Gli steroidi anabolizzanti.
Questi ultimi sono sostanze sintetiche con composizione e azione simile al testosterone,ormone sessuale maschile prodotto nei testicoli e responsabile dello sviluppo dei tessuti nell’adolescenza e nell’età adulta del maschio. I più noti sono nandrolone e ossandrolone. Sono stati riconosciuti 80 tipi di steroidi, assunti a fini non terapeutici; aumentano inoltre la massa muscolare e la forza. Consentono di affrontare allenamenti più pesanti che di conseguenza risultano più efficaci. Accrescono l'aggressività e la sicurezza di sé. Tra gli effetti collaterali in particolare tra i giovani, i danni all’apparato sessuale e danni di tipo psicologico. Nella donna si assiste a un processo di virilizzazione con alterazione del ciclo mestruale, perdita di capelli, crescita di peli e cambiamento della voce. Nell’uomo causa tumori al fegato e aumenta la possibilità di infarto e trombosi.

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