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Politica di stabilizzazione con il bilancio in pareggio

La possibilità di attuare una politica congiunturale a sostegno dell'economia mantenendo il bilancio in pareggio fu dimostrata negli anni Quaranta dall'economista norvegese Haavelmo ed è stata sostenuta anche da altri studiosi (Samuelson, Hansen ecc.). Secondo questa teoria, lo Stato nei periodi di recessione può programmare una maggiore spesa pubblica e finanziarla mediante l'applicazione di nuove imposte senza con ciò far diminuire la domanda dei privati sul mercato; il prelievo tributario, infatti, assorbirebbe quella parte di reddito risparmiato che i privati, dato il ristagno dell'economia, non sarebbero disposti a investire. Prelevando coattivamente tale reddito ed erogandolo mediante le spese pubbliche, lo Stato alimenta i consumi e gli investimenti in misura maggiore di quanto avrebbero fatto spontaneamente i privati e in tal modo riesce a incrementare le attività produttive e l'occupazione, pur mantenendo il bilancio in pareggio. Il rischio dell'applicazione di questa teoria è che, una volta avviata la ripresa, i tributi che erano stati imposti durante la fase di recessione rimangano in vigore determinando un incremento eccessivo della pressione fiscale. Negli ultimi decenni del Novecento sono state rivalutate le teorie del doppio bilancio e del bilancio ciclico, che riescono a conciliare le esigenze dell'equilibrio dei conti pubblici con la funzione del bilancio come strumento di politica economica.

Le critiche più severe all'"economia del disavanzo” sono state formulate dalla Scuola delle scelte pubbliche e, in particolare, da J. Buchanan, il quale ha messo in evidenza come il continuo cumularsi di elevati deficit di bilancio finisca con il porre a carico delle generazioni future il costo dei beni e servizi forniti dal settore pubblico alla generazione presente, Si sostiene quindi la necessità di ritornare ai principi classici in materia di pareggio del bilancio, pur rilevando che oggi le politiche restrittive, necessarie a riportare in equilibrio i conti pubblici, sono quanto mai difficili. Analizzando i meccanismi di formazione delle scelte pubbliche si può constatare che le decisioni degli organi politici sono condizionate dalle aspettative del corpo elettorale e perciò, «fino a quando gli elettori saranno riluttanti a pagare i tributi e saranno invece soddisfatti dei benefici della spesa pubblica», si potrà avere la riduzione ma non l'eliminazione del deficit. L'unico rimedio, secondo Buchanan, può essere costituito da un vincolo formale all'azione del legislatore, mediante l'introduzione di norme costituzionali che stabiliscano limiti precisi alla creazione di disavanzi.

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