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Filologia italiana II: Lezione 12, 13, 14 e 15

La trasmissione dei testi

Originale: è il testo autentico corrispondente alla volontà dell’autore.

L’originale di un testo – se si è conservato – può essere giunto a noi sotto tre forme diverse:

  • Originale autografo: manoscritto in cui l’autore stesso ha trascritto la sua opera.
    (Esempio: il Decamerone di Giovanni Boccaccio, il cui originale autografo è oggi conservato in una biblioteca di Berlino).
  • Originale idiografo: manoscritto contenente una determinata opera di un determinato autore che è stato scritto materialmente da un copista che ha operato sotto la diretta sorveglianza dell’autore.
    (Esempio: una parte del Codice Vaticano Latino 3195 che contiene l’ultima redazione del Canzoniere di Francesco Petrarca e che è stata realizzata in parte da Giovanni Malpaghini, copista di fiducia dell’autore, e in parte dallo stesso Petrarca, il quale era rimasto senza un copista abile e di fiducia).
  • Originale a stampa: edizione a stampa che, per essere reputata originale, deve essere stata controllata, approvata e seguita dall’autore.
    (Esempio: le tre redazioni – 1516, 1521, 1532 – dell’Orlando furioso di Ludovico Ariosto).

Il concetto di originale non va sempre e solo associato a quello di unicità in quanto può capitare che, di uno stesso testo, esistano più originali. Nel corso del tempo, i testi potevano venire modificati dai loro autori e le diverse fasi di elaborazione di uno stesso testo, se giunte fino a noi, costituiscono tutte degli originali. Alcuni originali presentano caratteri di instabilità dovuti alle varie modifiche subìte; l’instabilità, la pluralità dell’originale è un dato che riguarda anche gli autori delle letterature classiche antiche che, anche se i loro testi erano già in parte diffusi, potevano decidere di modificarne alcune parti. Nel caso dell’Orlando furioso di Ariosto, ad esempio, non si ha un unico originale a stampa ma, dato che l’autore ha modificato più volte la sua opera nel corso del tempo, del Furioso si hanno tre originali (1516, 1521, 1532).

Dall’originale deriva poi la copia. Copia: sia quelle ricavate direttamente dall’originale, sia quelle ricavate a loro volta da copie.

La tradizione di un testo

Tradizione di un testo: è l’insieme di tutti i testimoni – manoscritti e a stampa – che ci trasmettono il testo di una determinata opera. Il termine tradizione deriva dal verbo latino tradere che significa trasmettere, tramandare. La tradizione si distingue in:

  • Tradizione con originale conservato
    (Esempi: il Canzoniere di Petrarca, il Decamerone di Boccaccio).
  • Tradizione con originale perduto
    (Esempio: la Commedia di Dante).
  • Tradizione diretta: è costituita da tutti i testimoni – manoscritti o a stampa – che trasmettono quel determinato testo perché vogliono trasmettere quel determinato testo.
    (Esempio: la tradizione diretta della Commedia di Dante sono tutti i manoscritti e tutte le stampe che trasmettono la Commedia di Dante, integralmente o no).
  • Tradizione indiretta: è costituita dalle eventuali traduzioni o citazioni di brani di un’opera all’interno di un’altra opera. Per sua stessa natura – e soprattutto quando è costituita da citazioni all’interno di un’altra opera – la tradizione indiretta è costituita da frammenti di testo inseriti in un’altra opera.
    (Esempio: nel trattato di grammatica e retorica De vulgari eloquentia di Dante, sono presenti numerosi citazioni di poeti anteriori o contemporanei a lui).

Esempio di tradizione indiretta: nel De vulgari eloquentia → trágemi d’este fócora, se t’este a bolontate (“tirami fuori da questi fuochi, se è tuo volere”). Nel Vaticano latino 3793 → trami d’este fócora, se t’este a bolontate. La differenza sta nel fatto che trágemi è un trisillabo mentre trami è un bisillabo. Per determinare quale delle due lezioni sia corretta, si deve conoscere la forma metrica del Contrasto di Cielo d’Alcamo (dal quale è tratto il verso). Il Contrasto di Cielo d’Alcamo risulta composto da strofe di cinque versi ciascuna che, però, non sono tra loro uguali: di ciascuna strofa, i versi 1, 2, 3 sono dei doppi settenari (il primo sdrucciolo, il secondo piano) e i versi 4, 5 sono endecasillabi piani. Tra le due, la versione trágemi è quella corretta: un settenario sdrucciolo è composto da otto sillabe e l’ultima sillaba tonica, la sesta, è seguita da due sillabe atone – la versione trami appartiene a un senario sdrucciolo.

Il numero dei testimoni conservati dipende da un intreccio di circostanze che occorre volta a volta valutare. È bene non dimenticare che manoscritti e stampe superstiti di solito rappresentano solo una parte di quella che fu la diffusione reale dell’opera; inoltre, come è stato sottolineato per le letterature greca e latina, il fatto che la conservazione di un’opera dipenda dalla sopravvivenza di un unico manoscritto, fa riflettere sul ruolo del caso nella storia. Nelle letterature classiche – greca e latina – sono diversi i casi di opere e testi perduti dei quali oggi si ha però la certezza che fossero esistiti. Tuttavia, anche nella letteratura italiana ci sono casi di testi che sono andati irrimediabilmente perduti come ad esempio:

  • La canzone dantesca Traggemi de la mente amor la stiva, di cui ci resta soltanto l’incipit, citato da Dante nel De vulgari eloquentia.
  • La satira Il colosso composta da Carlo Goldoni.
  • Alcune opere teatrali giovanili (degli anni 1887-1891) di Luigi Pirandello delle quali rimangono solo i titoli (esempi: La moglie fedele, Provando la commedia).

Un altro caso è quello dell’opera intitolata Il fiore, attribuibile – secondo Contini – a Dante Alighieri. Questa collana di 232 sonetti che traducono dall’antico francese in volgare fiorentino il Roman de la Rose è nota soltanto grazie all’unico esemplare manoscritto giunto a noi che oggi si conserva alla Biblioteca della facoltà di Medicina dell’Università di Montpellier in Francia.

Il Vaticano latino 3793

Manoscritto realizzato negli ultimissimi anni del XIII secolo che contiene circa un migliaio di testi poetici che vanno da Giacomo Valentini – il primo autore che si incontra – fino agli autori fiorentini pre-stilnovisti come Chiaro Davanzati e Monte Andrea da Firenze. Di questo migliaio circa di componimenti poetici presenti al suo interno, circa la metà sono a noi noti soltanto grazie alla testimonianza del Vaticano latino 3793 stesso. Se tale manoscritto fosse stato distrutto o perduto nei secoli, oggi si avrebbe una conoscenza dimezzata della poesia volgare del Duecento e del Contrasto di Cielo d’Alcamo si conoscerebbe solo il v. 3 citato da Dante nel De vulgari eloquentia.

Distanza temporale dei testimoni conservati rispetto all’originale perduto

In filologia classica, non essendoci di norma originali conservati, si lavora su copie, le quali rispetto ai tempi dell’autore sono posteriori, nei casi più fortunati, di qualche secolo, spesso di un migliaio d’anni. Per il fatto di essere tardo, un testimone non è necessariamente un testimone inattendibile ma deve essere esaminato senza pregiudizi (recentiores non deteriores). Nella letteratura italiana, tra copie conservate e originale perduto non intercorre, di solito, un grande intervallo di tempo (Esempio: il più antico manoscritto della Commedia – conservato alla Biblioteca comunale di Piacenza – è del 1336 e, quindi, non dista molti anni dalla morte di Dante, avvenuta nel 1321).

Ricostruire l’originale – tradizione in cui l’originale non si è conservato

I procedimenti da seguire di fronte a una tradizione costituita solo da copie sono stati elaborati, nella loro ossatura fondamentale, laddove tale situazione era la regola, a contatto cioè con gli autori greci e latini, con i testi del Vecchio e del Nuovo Testamento. Intorno alla metà del XIX secolo, ha preso corpo il cosiddetto “Metodo del Lachmann” (detto anche metodo stemmatico), legato al nome di Karl Lachmann, il filologo che seppe non inventarlo dal nulla, ma organizzare sistematicamente e applicare con rigore un insieme in parte preesistente di nozioni e procedimenti. Per decidere quale affidabilità dare alle varie testimonianze, è necessario conoscere quali rapporti sono intercorsi tra le copie conservate, nonché tra loro e l’originale perduto. Solo così si potrà giungere a stabilire in modo non arbitrario cosa risale all’autore e cosa è alterazione introdotta dai copisti. La critica del testo fornisce appunto una serie di procedure razionali per arrivare a formulare l’ipotesi più probabile su come era l’originale e su come si è articolata, nelle grandi linee, la sua trasmissione fino ai testimoni conservati.

Ricostruire l’originale – il metodo del Lachmann

Metodo del Lachmann: è una serie di operazioni che vanno messe in opera nel momento in cui si intende avviare il tentativo di ricostruire un originale perduto.

Procedimento

La prima fase è quella della recensio, cioè dell’accertamento delle dimensioni e della natura della tradizione che si inizia censendo i testimoni – manoscritti o a stampa – che tramandano – per intero o in parte, in maniera diretta o indiretta – l’opera di cui si vuole allestire il testo critico. Di fronte a tradizioni affollate di testimoni conviene lavorare con dei cataloghi aggiornati ma, spesso, ciò non è possibile. Ecco che già l’operazione di individuazione dei testimoni manoscritti che trasmettono il testo in esame diventa un’operazione che richiede del tempo. Una volta censiti i testimoni manoscritti è bene fornire una siglatura chiara e sintetica, legate magari al nome della città o della biblioteca in cui il testimone è conservato. Ciascun testimone deve essere poi studiato con cura nelle sue caratteristiche materiali e in relazione all’opera tràdita. Una volta conosciuti i testimoni nella loro individualità, si procede con la collatio (collazione), cioè li si mette a confronto parola per parola per quanto riguarda il testo in esame. Dopo aver scelto criticamente il testo di riferimento (testo di collazione), si trascrive diplomaticamente, cioè nel modo più fedele possibile, e integralmente questo testimone manoscritto. Dopo aver trascritto integralmente e diplomaticamente il manoscritto, si può avviare lo scrupoloso confronto parola per parola tra il testo di collazione e gli altri testimoni manoscritti; le convergenze e le divergenze tra questi ultimi e il testo di collazione vanno, naturalmente, registrate. Da questo lavoro, in certa misura meccanico, non deve essere disgiunta l’interpretatio, cioè lo sforzo contestuale di intendere la lezione di ciascun testimone nella sua peculiarità, e quindi l’uso senza restrizioni di quella capacità di giudizio che consente di distinguere lezioni corrette, sospette, erronee. Quindi, le fasi del metodo del Lachmann sono tre:

  • Recensio: accertamento delle dimensioni e della natura della tradizione del testo preso in esame. Questa fase si inizia censendo i testimoni – manoscritti o a stampa – che tramandano – per intero o in parte, in maniera diretta o indiretta – l’opera di cui si vuole allestire il testo critico.
  • Collatio: la fase di collazione è la più delicata e che richiede il maggior tempo ed è il confronto sistematico, a tappeto, parola per parola tra tutti i testimoni che tramandano quel dato testo.
    N. B.: il criterio preferenziale che guida nella scelta del testimone che diventerà il testo di collazione è la maggior vicinanza temporale e geografica al tempo e al luogo dell’autore del testo.
  • Interpretatio: l’interpretazione, lo sforzo di intendere la lezione di ciascun testimone nel suo contesto e nella sua peculiarità e, quindi, l’uso della capacità di giudizio che permette di distinguere lezioni* corrette, sospette o erronee.

*Lezione: versione del testo in quel particolare momento; la maniera in cui il testimone legge quel particolare termine. In base ai dati raccolti durante la collazione, si riesce a stabilire – o almeno proporre – che tipo di rapporti sono intercorsi tra le copie che di quel testo si sono conservate e che tipo di rapporti sono intercorsi tra tali copie conservate e l’originale perduto. I dati che condurranno questa ricostruzione dei rapporti intercorsi tra le copie conservate si fondano soprattutto sugli errori, sulle lezioni erronee/guaste. Non tutti gli errori, però, servono a questa ricostruzione. Gli errori poligenetici NON servono a stabilire o a escludere parentele o legami tra i codici manoscritti.

Gli errori

Errori poligenetici: l’errore può essere poligenetico quando potrebbe essersi prodotto indipendentemente presso copisti diversi, in differenti condizioni di spazio e di tempo. L’errore poligenetico NON mette in relazione i testimoni nei quali compare. Rientrano in questa categoria gli:

  • Errori di aplografia: l’aplografia consiste nell’omissione di lettere identiche e consecutive.
    (Esempi: trascrivere polo per popolo; filogia per filologia; spelndissimo per splendidissimo; ecc.)
  • Errori di dittografia: la dittografia consiste nella ripetizione di una parola o di alcune sue lettere.
    (Esempi: trascrivere se se ne va invece di se ne va; popolo invece di polo; ecc.)
  • Errori di omissione: l’omissione consiste nella dimenticanza di segni abbreviativi come il titulus.
    (Esempio: da mondo – scritto con titulus – si poteva trascrivere modo, dimenticando così il titulus.)

Chi trascrive può commettere errori di questo tipo. Operazioni/fasi in cui si può scomporre l’atto di copia:

  • Lettura di un segmento testuale
  • Memorizzazione
  • Autodettatura
  • Scrittura

Gli occhi e l’attenzione del copista sono quindi costretti a spostarsi a intervalli più o meno regolari dal piano dell’esemplare a quello della copia. Errori ottici (poligenetici): consistono nella confusione tra segni diversi ma di forma simile. (Esempi: confondere e con c, oppure f e s).

Errori dovuti a interferenze psicologiche durante l’atto di lettura (poligenetici): si leggono con attenzione soltanto le prime lettere di una parola e il resto lo si guarda tirando a indovinare. (Esempi: trascrivere traduzione invece di tradizione; diagramma invece di digramma).

Errore per omoteleuto: tradizionalmente collocato tra gli errori poligenetici, è detto anche salto dallo stesso allo stesso; omoteleuto deriva dal greco fine simile/fine uguale; consiste nella non trascrizione di una parte del testo per una ben precisa ragione, cioè perché quella data parte di testo si trova tra due parole uguali o molto simili tra loro. (Esempio: Durante la scrittura del testimone B (lezione scorciata), che evidentemente è stato copiato da A (lezione integra) o da un testimone uguale a quest’ultimo, gli occhi e l’attenzione del copista ha dovuto spostarsi continuamente dal piano dell’esemplare a quello della copia). In casi come quello dell’esempio considerato, nel testo A ci sono – a distanza piuttosto ravvicinata – due parole uguali (manco). È successo che il copista di B sia arrivato a leggere, memorizzare e autodettarsi solo...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/13 Filologia della letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Daisyy06 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filologia italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Trento o del prof Comboni Andrea.
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