Estratto del documento

Filologia italiana ii - lezione 6 e 7

L'allestimento dei manoscritti

Materiali

In filologia italiana si ha a che fare con manoscritti costituiti da fogli di pergamena (pergamenacei), fogli di carta (cartacei) o da entrambi i materiali (composizione mista).

Pergamena: la pergamena si ottiene dalla pelle – opportunamente trattata – di animali quali vitelli, capre, pecore. Questa pelle, per quanto trattata, presenta però sempre un lato più scuro, che corrisponde al pelo dell’animale, e un lato più chiaro, che corrisponde alla carne. La pergamena è un materiale estremamente pregiato e costoso che, però, presenta una resistenza molto maggiore a quella della carta. Per questa sua caratteristica, la pergamena poteva venire anche riutilizzata. Soprattutto nei primi secoli del Medioevo il materiale scrittorio scarseggiava e poteva capitare che chi desiderava trascrivere un testo utilizzasse come supporto dei manoscritti di pergamena già utilizzati come supporti: accadeva, quindi, che il secondo utente cancellava – attraverso operazioni di abrasione, di raschiatura, o di lavaggio – i fogli e ne rendeva nuovamente possibile l’utilizzo. I manoscritti in questione sono detti palinsesti – il termine palinsesto, che deriva dal greco, significa infatti “raschiato di nuovo”. In filologia italiana i codici palinsesti sono rari; si incontrano più frequentemente in filologia classica, la quale tratta dei testi antichi della letteratura greca e latina.

N.B.: i manoscritti palinsesti rendono difficile la lettura del testo che originariamente contenevano. Tuttavia, al giorno d’oggi esiste un particolare strumento – la lampada di Wood – che, posta sopra un foglio pergamenaceo palinsesto, permette al filologo di intravedere o di decifrare l’originaria scrittura che, in un secondo momento, è stata raschiata via.

Carta: la carta viene introdotta in Europa dagli arabi nel XII secolo. La carta di cellulosa si costruiva a partire da una sostanza ricavata dagli alberi ed è ritenuta un’invenzione di origine, probabilmente, cinese. Rispetto alla pergamena, questo nuovo tipo di supporto scrittorio era molto meno resistente ma aveva il vantaggio di essere molto più economico. Anche dopo l’arrivo della carta, la pergamena continua ad essere utilizzata ma viene riservata all’allestimento di libri manoscritti particolarmente lussuosi (commissionati da/per papi, autorità o signori di alto rango). Inoltre, qualsiasi sia il materiale del manoscritto, con il termine carta si intende sempre la metà del foglio → un quaderno, composto da 4 fogli, è quindi composto da 8 carte.

Manoscritti a composizione mista: in questi manoscritti si trovano fogli sia di carta (in quantità maggiore) sia di pergamena (in quantità minore).

Procedimento per l'allestimento di un manoscritto

Il punto di partenza è il foglio. Indipendentemente dal materiale di cui sono composti (carta o pergamena), i fogli sono generalmente di forma rettangolare.

Fasi:

  • Il foglio X viene piegato in 2, facendo solitamente combaciare i lati più corti.
  • Viene preso il foglio Y, delle stesse dimensioni del foglio X, e viene anch’esso piegato facendone combaciare i lati corti.
  • Il foglio Y viene inserito all’interno del foglio X (e così via).
  • A questo punto, si ha un fascicolo.
  • I fascicoli vengono rilegati da un rilegatore; si usano degli espedienti per evitare errori nella sequenza dei fascicoli (segnatura con lettere o richiamo con parola).

Fascicoli:

I fascicoli si distinguono in base al numero di fogli impiegati per la loro costituzione:

  • Fascicolo di 3 fogli: ternione.
  • Fascicolo di 4 fogli: quaderno o quaternione.
  • Fascicolo di 5 fogli: quinterno.
  • Fascicolo di 6 fogli: sesterno.

Un libro manoscritto risulta quindi formato da un certo numero di fascicoli che, a un certo punto, sono poi stati rilegati assieme. Nel caso di un codice manoscritto a composizione mista, solitamente, il foglio in pergamena viene impiegato come foglio più esterno dei fascicoli.

Numerazione carte:

Nell’uso antico dei libri manoscritti e dei vecchi libri a stampa, l’abitudine era quella di numerare non per pagine ma per carte → un fascicolo quaterno, di 4 carte / 8 fogli, viene numerato da 1 a 8 (si avrà quindi la carta 1, carta 2, carta 3, ecc.). Inoltre, dal momento che ogni carta ha 2 facciate, è importante distinguere le facciate in recto e verso: si avranno così la carta X recto e la carta X verso. Il numero della carta è segnato sul recto (non sul verso) di ciascuna di esse in alto a destra o in basso a destra. Fascicolo = carta 1 recto + carta 1 verso + carta 2 recto + carta 2 verso + … + carta 8 verso.

Nella carta 1 recto si può trascrivere / stampare il testo su un’unica colonna o su due colonne distinte (prima la colonna di sinistra e poi quella di destra). In questo caso, per distinguere – oltre a recto e verso della carta – le colonne si segna carta 1 recto a (carta 1 r.a., colonna di sinistra) e carta 1 recto b (carta 1 r.b., colonna di destra); stesso principio vale per il verso della carta.

Espedienti:

Segnatura: per evitare errori nell’ordine di rilegatura, i fascicoli venivano indicati con le lettere dell’alfabeto → il primo fascicolo poteva quindi avere, sul recto, la lettera a; il secondo fascicolo era segnato dalla lettera b, e così via.

Richiamo: oltre all’aiuto delle lettere, per evitare errori nella rilegatura si impiegava l’espediente del “richiamo”: alla fine dell’ultimo verso dell’ultima carta del fascicolo veniva trascritta – orizzontalmente o verticalmente – la prima parola che si trovava all’inizio del fascicolo successivo → se il fascicolo b iniziava con la parola “amore”, alla fine del fascicolo a si trovava anticipata la parola “amore”. Sia la segnatura, sia il richiamo sono espedienti che si ritroveranno anche negli antichi libri a stampa a conferma di una sostanziale continuità, da un certo punto di vista, tra libro manoscritto e libro a stampa.

Figure professionali:

La produzione del libro manoscritto vedeva il coinvolgimento di diverse figure professionali: il copista trascriveva materialmente il testo, il decoratore / illustratore / miniatore decorava – eventualmente – il testo aggiungendo illustrazioni, miniature o capolettera, ecc. Una volta trascritto il testo (copista) e – eventualmente – decorato (decoratore), i fascicoli sciolti venivano rilegati (espediente del richiamo o della segnatura) da un decoratore (diverso dal copista).

Lo specchio di scrittura: lo specchio di scrittura è lo spazio della carta destinato a ospitare il testo. Esso veniva preventivamente determinato dal copista che, con una punta di piombo / metallo secco o con dell’inchiostro molto diluito, segnava lo spazio entro cui avrebbe dovuto poi trascrivere il testo. Nei libri a stampa, anche nei libri di oggi, lo specchio di scrittura si può chiamare specchio di stampa, cioè la parte di foglio che ospita il testo stampato. Una volta completata la trascrizione del testo nei diversi fascicoli e completata la rilegatura, il libro manoscritto poteva passare alla figura professionale del decoratore / illustratore che, in certi casi, veniva chiamato a impreziosire il libro manoscritto attraverso una serie di apparati decorativi e illustrativi come miniature o capilettera a colori.

I copisti

Prima grande differenziazione:

  • Copisti di mestiere.
  • Copisti per passione.

Spesso, i manoscritti non recano il nome di colui che ha materialmente trascritto il testo e, per questo motivo, sta al filologo – attraverso una serie di procedure – decretare se il manoscritto sia opera di un copista di mestiere o di un copista per passione.

Copisti di mestiere:

Di loro si conosce spesso il nome, il luogo di attività e l’arco temporale all’interno del quale sono rimasti attivi (es. Gherardo del Ciragi – circa 30 manoscritti – il quale si sottoscrive alla fine di un manoscritto contenente i Trionfi di Petrarca). Esercitavano come primo mestiere l’attività di copista e, in quanto copista di professione, dovevano conciliare efficacemente il tempo impiegato per la trascrittura e la cura che dovevano porre nel trascrivere i testi – i copisti di professione lavoravano su richiesta di committenti che, come prodotto finale, si aspettavano di ricevere un testo ben leggibile e curato; per quanto riguarda le tempistiche, più tempo veniva impiegato per la trascrittura e meno il copista guadagnava. A volte erano più attenti alla cura dell’estetica delle singole lettere piuttosto che alla cura del senso del testo.

Copisti per passione:

I copisti per passione ricopiano dei testi perché desiderano possederne una copia manoscritta – anziché commissionare a un copista di mestiere una copia del testo che intendevano possedere, realizzano da soli la copia. Questi non producono un gran numero di manoscritti perché non vivono di quello, non è questa la loro professione. Solitamente, i copisti per passione sono meno affidabili di coloro che svolgono questa attività come mestiere. Quando un copista per passione decide di trascriversi a mano un testo, questa operazione di copiatura è la modalità attraverso cui egli si appropria nel modo più completo di un testo. La via per fare proprio un testo, infatti, non è semplicemente quella di leggerlo ma consiste nel ricopiarselo a mano: in questo processo di profonda appropriazione che avviene attraverso la copiatura, capita spesso che il copista per passione ritenga di dover modificare il testo originale secondo i propri gusti. Per questo, un copista di passione è spesso portato a non essere massimamente fedele nei confronti del testo in quanto durante la trascrittura egli sente di potersi appropriare progressivamente dell’originale, anche togliendo, aggiungendo, alterando arbitrariamente alcune parti.

Esempio n.1 di copista per passione: Giovanni Boccaccio, copista per passione della Vita Nova di Dante Alighieri Giovanni Boccaccio non era un copista di professione. Tuttavia, egli può essere considerato il fondatore del culto dantesco nella tradizione letteraria italiana: innanzitutto, egli nutriva un’altissima stima nei confronti delle opere di Dante, tant’è che risale proprio a Boccaccio l’iniziativa della prima lettura pubblica dei Canti della Commedia, da lui iniziata in tarda età (1373) a Firenze. Prima di dare inizio alle Lecture Dantis, Boccaccio aveva desiderato ricopiare a mano una serie di opere di Dante, tra le quali la Commedia, la Vita Nova e le Rime.

Nel momento in cui decise di copiare la Vita Nova di Dante, Boccaccio si trovò davanti ad un prosimetro, ovvero un testo composto da parti in prosa (dette divisioni), narrative o esegetiche, e da parti in verso. A differenza di Dante, Boccaccio ritenne che le divisioni fossero note, non-testo, e decise di trascrivere la Vita Nova estraendole dal corpo del testo e collocandole a margine del testo come fossero delle note, delle spiegazioni. Boccaccio spiega così questo suo intervento:

Da Michele Barbi, edizione critica della Vita Nova, 1907 → edizione che tradizionalmente segna l’inizio della filologia italiana moderna. Nel manoscritto in cui Boccaccio trascrive la Vita Nova, ad un cero punto egli avverte i suoi lettori apponendo questa nota:

“Maraviglierannosi molti, per quello ch’io avvisi, perché io le divisioni de’ sonetti non ho nel testo poste, come l’autore del presente libretto le pose; ma a ciò rispondo due essere state le cagioni. La prima, per ciò che le divisioni ne’ sonetti manifestamente sono dichiarazioni di quegli: per che più tosto chiosa appaiono dovere essere che testo, e però chiosa l’ho poste, non testo, non stando l’uno con l’altro bene mescolato. Se qui forse dicesse alcuno – e le teme de’ sonetti e canzoni scritte da lui similmente si potrebbero dire chiosa, con ciò sia cosa che esse sieno non minore dichiarazioni di quegli che le divisioni -, dico che, quantunque siano dichiarazioni, non sono dichiarazioni per dichiarare, ma dimostrazioni delle cagioni che a fare lo ‘ndussero i sonetti e le canzoni. E appare ancora queste dimostrazioni essere dello intento principale; per che meritatamente testo sono, e non chiose. La seconda ragione è che, secondo che io ho già più volte udito ragionare (qui inizia la parte fabulosa, inventata da Boccaccio) a persone degne di fede, avendo Dante nella sua giovanezza composto questo libello, e poi essendo col tempo nella scienza e nelle operazioni cresciuto, si vergognava avere fatto questo, parendogli opera troppo puerile; e tra l’altre cose di che si dolea di averlo fatto, si rammaricava d’aver inchiuse le divisioni nel testo, forse per quella medesima ragione che muove me; là ond’io non potendolo negli altri emendare, in questo che scritto ho, n’ho voluto sodisfare l’appetito de l’autore.”

Dunque, Boccaccio spiega questa sua decisione di riportare le divisioni non nel corpo ma a margine del testo, come note esplicative, perché ritiene che queste parti non siano parte integrante del testo ma siano chiose, le quali devono essere distinte dal testo e poste a margine. Inoltre, secondo la sua versione favolosa, egli sostiene di aver sentito dire che Dante, in età matura, si sarebbe pentito di avere scritto la Vita Nova e soprattutto si sarebbe pentito delle divisioni; ecco che Boccaccio si presenta come colui che realizza la volontà dell’autore spostando le divisioni dal corpo del testo e ponendole nel margine.

Anche nei manoscritti derivanti da quelli in cui Boccaccio trascrive la Vita Nova le divisioni sono poste come chiosa a lato del testo. In alcuni di questi testi derivanti dalla copia Boccaccio della Vita Nova, però, mancano delle chiose a margine – ciò significa che esiste una parte di manoscritti copia della Vita Nova nella quale, per scelta dei copisti, non è rimasta traccia delle divisioni.

Esempio n.2 di copista per passione: manoscritti della tradizione del Decameron di Boccaccio trascritti da copisti per passione. Alcuni manoscritti della tradizione del Decameron di Boccaccio sono stati trascritti da copisti per passione. Ciò si può dedurre dal fatto che questi siano stati trascritti da mercanti – in scrittura mercantesca, la scrittura professionale che identificava professionalmente chi la utilizzava – che, spesso, si sono sentiti autorizzati e liberi di cambiare i nomi dei personaggi (onomastica) e dei luoghi (toponomastica) delle novelle del Decamerone pensando magari di renderli più moderni.

La catalogazione dei manoscritti presenti nelle biblioteche italiane

La catalogazione dei manoscritti presenti nelle biblioteche italiane rappresenta senza dubbio uno dei punti deboli del sistema di conservazione e tutela dei beni culturali del nostro Paese. In molte biblioteche il catalogo dei manoscritti a disposizione degli studiosi è, spesso, a sua volta manoscritto e risalente all’Ottocento. Inoltre, questi vecchi cataloghi sono stati spesso redatti in maniera molto sommaria: ciò significa che, consultando questo tipo di cataloghi, si trovano indicazioni estremamente vaghe e sommarie – del tipo raccolta di poesie, senza neanche l’indicazione del secolo – che non soddisfano il bisogno di capire quale sia il contenuto dei singoli manoscritti. I vecchi cataloghi manoscritti, dunque, non riescono a far capire allo studioso quali testi siano o non siano presenti in una certa biblioteca e le indicazioni in essi contenute risultano insufficienti ad adempiere alla funzione prima di un catalogo di manoscritti, cioè alla funzione di fornire indicazioni il più possibile precise relativamente al contenuto dei singoli manoscritti.

IMBI (Inventario Manoscritti Biblioteche d’Italia): nonostante queste lacune, non mancano le iniziative positive: ne è un esempio l’iniziativa di catalogazione iniziata nel 1890 da Giuseppe Mazzatinti, il quale iniziò la serie degli inventari di manoscritti delle biblioteche d’Italia, tradizionalmente siglati IMBI (Inventari Manoscritti Biblioteche d’Italia), che nel 2013 è arrivata al volume 116 (non è quindi un’opera conclusa). Per sapere quante biblioteche italiane siano provviste di un catalogo a stampa che raccolga i manoscritti conservati in esse, si può ricorrere all’Annuario delle Biblioteche italiane in 5 volumi, pubblicato tra il 1969 e il 1981.

Iter italicum: un’opera fondamentale per quanto riguarda la catalogazione dei manoscritti è quella dell’iniziativa che si deve allo studioso tedesco Paul Oskar Kristeller: l’Iter italicum.

  • Opera in 6 volumi.
  • Pubblicata tra il 1963 e il 1992.
  • Come recita il suo sottotitolo, quest’opera consiste in una lista di manoscritti umanistici non catalogati o catalogati in modo parziale, che si trovano nelle biblioteche d’Italia e delle altre nazioni.
  • I primi 2 volumi sono dedicati a Italia e a Città del Vaticano: nel volume 1 ci sono le biblioteche presenti nelle città che, in ordine alfabetico, vanno da Agrigento a Novara; nel volume 2 ci sono le biblioteche presenti nelle città che, in ordine alfabetico, vanno da Orvieto a Volterra e in Città del Vaticano.
  • Gli altri 4 volumi sono dedicati ad alia itinera, cioè ai Paesi che vanno dall’Australia alla Yugoslavia, e a supplementi – è presente anche una sezione denominata Utopia riservata alla segnalazione di manoscritti appartenenti a collezioni private i cui proprietari hanno consentito a Kristeller la consultazione a patto di indicarne sommariamente il contenuto e di non indicarne il luogo di conservazione.

Incipitario unificato della poesia italiana in 4 volumi (IUPI): Questo strumento...

Anteprima
Vedrai una selezione di 6 pagine su 24
Filologia italiana II Pag. 1 Filologia italiana II Pag. 2
Anteprima di 6 pagg. su 24.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Filologia italiana II Pag. 6
Anteprima di 6 pagg. su 24.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Filologia italiana II Pag. 11
Anteprima di 6 pagg. su 24.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Filologia italiana II Pag. 16
Anteprima di 6 pagg. su 24.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Filologia italiana II Pag. 21
1 su 24
D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
Acquista con carta o PayPal
Scarica i documenti tutte le volte che vuoi
Dettagli
SSD
Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/13 Filologia della letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Daisyy06 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filologia italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Trento o del prof Comboni Andrea.
Appunti correlati Invia appunti e guadagna

Domande e risposte

Hai bisogno di aiuto?
Chiedi alla community