Riassunto di “Che cosa è la religione?” di Jeppe Sinding Jensen, Bulzoni 2018
Esame di “Storia delle Religioni” della Prof.ssa Francesca Bardella Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, A.A. 2023/2024
1. Introduzione: qualche idea sulla religione
Per introdurre l’argomento “Cosa è la religione”, partiamo illustrando cinque definizioni di religione, tutte moderne e circa in ordine cronologico, che ci serviranno come strumenti di confronto e riflessione più avanti nel saggio:
1. Prima definizione
Di: Émile Durkheim, sociologo - Nel: 1912 - In: Le forme elementari della vita religiosa.
Definizione: “Una religione è un sistema solidale di credenze e pratiche relative alle cose sacre, cioè separate, interdette, le quali uniscono in un’unica comunità morale, chiamata Chiesa, tutti quelli che vi aderiscono.”
Punti importanti: Il criterio più importante nella visione di Durkheim è la “comunità morale”. Per lui la religione è un fatto eminentemente sociale che consiste di credenze e pratiche che uniscono una comunità. Le religioni non sono false, giacché tutte soddisfano bisogni umani, e quindi sostiene che “il nostro studio è interamente fondato su questo postulato: il sentimento unanime dei credenti di tutti i tempi non può essere puramente illusorio.”
2. Seconda definizione
Di: Sigmund Freud, psicanalista – Nel: 1971
Definizione: “La religione sarebbe la nevrosi ossessiva universale dell’umanità; come quella del bambino, scaturì dal complesso edipico, dalla relazione paterna”. Freud spera di liberare l’umanità dalla religione cosicché essa maturi e rinunci al “desiderio ardente del padre [che] è la radice del bisogno religioso.”
Punti importanti: La sua è una definizione occidentale piuttosto convenzionale, che possiede come caratteristica principale la credenza tipicamente monoteista in un “Dio Padre”. Il merito della visione freudiana è che porta l’attenzione su complicati processi psicologici ed emozionali, inoltre essa si focalizza sulla credenza, sull’individuo, non sul gruppo.
3. Terza definizione
Di: Paul Tillich, teologo – Nel: 1967
Definizione: “La fede come interesse supremo è un atto di tutta la personalità… è l’atto centrale per eccellenza dello spirito umano… [nella] dinamica della vita personale.”
Punti importanti: Per Tillich, la fede non si oppone all’emozione e alla ragione, ma trascende entrambe. La religione, come “fede”, fa qualche cosa, aiuta gli esseri umani ad affrontare l’esistenza, di conseguenza la visione della religione di Tillich è di tipo funzionale.
4. Quarta definizione
Di: Clifford Geertz, antropologo – Nel: 1966
Definizione: La religione è: “(1) un sistema di simboli che opera (o funziona) (2) stabilendo profondi, diffusi e durevoli stati d’animo e motivazioni negli uomini per mezzo della (3) formulazione di concetti di un ordine generale dell’esistenza e del (4) rivestimento di questi concetti con un’aura di concretezza tale che (5) gli stati d’animo e le motivazioni sembrano assolutamente realistici”
Punti importanti: Geertz presenta una definizione di religione come “sistema culturale” consistente in simboli attraverso i quali gli esseri umani conferiscono significato alla loro esistenza. La definizione è quindi sia sostanziale (ci dice in cosa consiste la religione) sia funzionale (ci dice la funzione della religione). Secondo l’antropologo, l’importanza della religione risiede nella sua capacità di funzionare, per l’individuo o per il gruppo, come una fonte di concezioni generali e tuttavia peculiari circa il mondo, l’io e i rapporti tra l’io e il mondo e come fonte di disposizioni “mentali” radicate, e non meno specifiche. Da queste funzioni culturali derivano a loro volta le sue funzioni sociali e psicologiche.
5. Quinta definizione
Di: Pascal Boyer, antropologo e psicologo – Nel: 2009/10
Definizione: Secondo Boyer, non c’è nulla di “vero” a proposito della religione. Essa può funzionare, ma solo negativamente come superstizione e “falsa” coscienza ingannevole. Nel suo approccio, la religione è concepita come un sottoprodotto evolutivo (un “rinforzo”) radicato nella propagazione di rappresentazioni che attirano l’attenzione e violano le percezioni ordinarie e intuitive del mondo. Arriva a paragonare gli dei degli adulti agli “amici invisibili” dei bambini, sentenziando:
“Proprio a causa dei molti e sofisticati sistemi di inferenza, esse [le menti degli esseri umani, n.d.r.] sono vulnerabili solo a un insieme molto ristretto di concetti sovrannaturali: quelli in grado di attivare congiuntamente i sistemi di inferenza relativi ad agente, predazioni, morte, morale, scambio sociale, ecc. Soltanto una piccola ventaglia di concetti riesce ad avere questa pertinenza multipla ed è per questo motivo che le caratteristiche della religione sono simili in tutto il mondo.”
Punti importanti: Nella visione di Boyer, la religione è presente nel mondo perché le menti umane sono disegnate in modo tale che difficilmente potrebbero evitare di avere idee religiose, ma i credenti non sanno davvero perché e in cosa credono: per Boyer sono “ingannati dai loro stessi cervelli”.
Svolte nella storia accademica
Questi teorici non hanno solo presentato opinioni influenti sulla religione, essi riflettono anche alcune delle principali “svolte” nella più recente storia accademica. → → → (Durkheim svolta funzionale, Freud svolta psicoanalitica, Tillich svolta esistenzialista, Boyer svolta linguistica, ma anche cognitiva e naturalistica).
Per ora, comunque, ci serviremo del termine “religione” in senso pratico, e per far ciò Jensen ci propone una definizione tanto stipulativa (una definizione in cui si assegna un significato specifico a una parola o a un termine per scopi particolari o in un contesto specifico per evitare ambiguità) quanto politetica (anziché definire un termine in modo specifico per un contesto particolare, una definizione politetica cerca di cogliere la gamma di significati o sfumature che un termine può avere nelle diverse circostanze):
Religione: “Reti semantiche e cognitive che comprendono idee, comportamenti e istituzioni in relazione ad agenti sovrumani, oggetti e postulati controintuitivi.”
Elementi e comportamenti tipici delle religioni
Le religioni includono tipicamente alcuni elementi e comportamenti quali:
- Spiegazioni delle origini (cosmogonia) e classificazioni di ciò che costituisce il mondo (cosmologia);
- Idee riguardo questioni, oggetti e agenti sacri, ultimi e inviolabili;
- Credenze in esseri spirituali come agenti sovraumani;
- Poteri e conoscenze speciali che tali esseri e agenti possiedono e ai quali gli esseri umani possono accedere;
- Credenze riguardanti il destino dell’uomo e la vita dopo la morte;
- Azioni rituali di vario genere (dalla preghiera silenziosa al sacrificio cruento) che garantiscono la comunicazione con il sacro o “l’altro mondo”;
- Istituzioni che stabiliscono i limiti e le condizioni per tale comunicazione e contengono regole per la condotta umana entro sistemi di purità, gerarchia e relazioni di gruppo;
- Etica e morale.
Ora, è importante definire anche in cosa consista l’ambito di ricerca della materia a cui ci stiamo approcciando: le religioni solitamente attribuiscono autorità a poteri invisibili o astratti, ma non sono questi i poteri che noi studiamo; ciò che studiamo sono invece i pensieri e i comportamenti umani in relazione a essi. Lo studio della religione non è teologia: è lo studio del comportamento umano in ambito religioso.
2. Una brevissima storia del concetto di religione
Partendo da principio, il termine “religione” deriva dal latino “religio”, con due significati possibili: 1) rilegare, quindi “legare” o “riallacciare” e 2) re-legere, quindi “raccogliere” o “rileggere”. L’utilizzo romano del termine implicava l’osservanza meticolosa delle tradizioni relative alle interazioni con gli dèi, osservanze estremamente precise in cui ben poco poteva essere fatto senza l’uso di rituali, oracoli, sacrifici o preghiere. Nel mondo antico la partecipazione degli dèi a ogni questione o evento della vita era più che ovvia e scontata.
Il termine “religio” si è poi evoluto dal suo originale significato di “idolatria” nel primo cristianesimo all’uso globale oggi più comune. L’interesse per lo studio di questo argomento ovviamente non nasce dal nulla, ma ha radici ben radicate nella modernità del mondo occidentale.
Molti sono stati gli argomenti considerati e intrecciati nel corso del tempo in questo ambito accademico, ed ora ne elencheremo alcuni molto significativi prendendo in prestito le voci di alcuni eminenti filosofi che si sono espressi a riguardo:
a. Verità nella religione vs studio critico della religione
Nonostante la visione del mondo di alcune chiese sia stata ed è tutt’ora dominante in relative aree geografiche specifiche (come il cristianesimo per l’Europa, l’Islam per il Medio Oriente o il buddhismo/induismo per il Sud Asia), all’interno di ognuna di esse sono sempre esistite correnti, dispute, scissioni o riforme. L’effetto più importante di ciò è la conseguente relativizzazione della verità, che dimostrava come, in linea di principio, differenti modi di pensare, anche interni allo stesso sistema religioso, siano possibili.
Man mano che lo studio delle religioni ha assunto un carattere sempre più accademico, ha iniziato ad emergere un filone che voleva la completa indipendenza rispetto all’autorità religiosa e al dogma. Per la visione scientifica che andava formandosi in ambito occidentale era assai problematico accettare la pretesa di verità dei testi biblici. Diversi importanti autori si sono poi espressi sull’argomento:
René Descartes oppose alla convinzione religiosa l’intelligenza critica, sviluppando il dubbio sistematico come metodo filosofico. Con Descartes la fonte della conoscenza passa da Dio e dalla rivelazione alla mente umana e alla sua relazione col mondo.
David Hume, nella decima sezione intitolata “Sui miracoli” de “Ricerca sull’intelletto umano” (1748) sentenzia:
“Possiamo concludere che la religione cristiana non soltanto fu accompagnata da miracoli alle origini, ma nemmeno oggi può esser creduta da qualunque persona ragionevole senza un miracolo. La pura ragione è insufficiente a convincerci della sua veracità; […] e [ci] spinge a decidere di credere a ciò che è sommamente contrario alla consuetudine e all’esperienza.”
François-Marie Arouet Voltaire scrisse feroci opere satiriche sul fanatismo religioso, tentando di diffondere queste idee che provenivano in origine dall’Inghilterra. Per Voltaire il libero pensiero e la ragione sarebbero stati gli strumenti con cui porre fine alle guerre di religione:
“È lo spirito della filosofia che ha rimosso questa piaga dal mondo.”
John Locke fu invece un uomo religioso, ma profondamente convinto del carattere esclusivamente privato della religione, sostenendo una netta e totale separazione tra religione e politica.
In tutti questi pensieri possiamo individuare un comune denominatore: Questi modi di pensare la religione sono veramente rivoluzionari, poiché fondano la spiegazione della religione sulla natura umana e non sulla volontà degli dèi. In questo senso, sono tutte spiegazioni naturalistiche.
Ovviamente, essendo teorie rivoluzionarie, andavano nettamente contro la maggior parte delle opinioni influenti del periodo. Per molte persone istruite, la religione poteva essere vista come “naturale” nell’ambito del movimento teologico cristiano definito come “Deismo”, una corrente molto influente tra XVII e XVIII secolo. Essa era un tentativo di spiegare la religione senza però compromettere ragione e scienza, i deisti erano sì critici verso alcuni elementi della religione, ma non verso la religione nel suo insieme. Il Deismo presentava poi idee ben precise su cosa dovesse essere la religione:
- Innanzitutto monoteistica;
- Dio è visto come un essere trascendente che non si immischia negli affari umani;
- Egli ha creato l’universo in modo tale che questo funzioni secondo le leggi di natura;
- In quanto esseri umani ci è stata concessa da Dio la capacità della ragione;
- Pertanto è possibile conoscere Dio osservando il mondo naturale;
- L’anima umana è immortale;
- Verrà un Giorno del Giudizio con ricompense e punizioni nella vita dopo la morte.
L’enfasi su quest’ultimo punto serviva quale monito e avvertimento per una vita basata su etica e morale. Vale la pena anche notare come queste idee ricordino in molti punti la teologia islamica.
Romanticismo e religione emozionale
Dal XVIII secolo il Romanticismo iniziò ad apparire nel mondo occidentale accompagnato da una sempre più entusiasta fascinazione per l’antico e il distante. I romantici assunsero un atteggiamento ampiamente e vagamente positivo verso la religione, ponendo l’enfasi in particolare sul sentimento, sostenendo come era l’emozione umana la modalità più propria della religione.
Scrive Friedrich Schleiermacher (1768 – 1834) che “l’essenza della religione non è né pensare né agire, ma intuizione e sentimento.” Segue:
“La religione si ferma alle immediate esperienze dell’esistenza e dell’azione dell’universo, alle intuizioni e ai sentimenti individuali… non sa nulla in merito alla deduzione e alla connessione.”
Ad onor del vero, egli non fu sempre chiaro e coerente nei suoi discorsi sulla religione, ma è comunque interessante notare come nei primi lavori dimostrò quasi un’indole panteistica, parlando di sentimento e intuizione “dell’universo”, e di coscienze “dell’infinito e dell’eterno all’interno del finito e temporaneo”, avvicinandosi alla filosofia indiana classica. Discusse poi ancora su come la religione sia il miracoloso risultato di relazioni dirette con l’infinito o con Dio e di come le dottrine non sono altro che riflessioni su questo “miracolo”:
Per Schleiermacher la verità della religione risiede quindi nell’esperienza soggettiva, e questa di per sé si qualifica come prova, ratificata dall’autorità della prima persona. L’eredità del Romanticismo riguardo (A) la religione come esperienza soggettiva ed emozione e (B) la validità dell’autorità della prima persona sulla verità religiosa è ancora tutt’oggi florida e diffusa.
Il “sapere positivo”, la scienza e lo studio critico della religione
Se i romantici hanno collocato alla base della religione l’emozione e il soggettivismo, una corrente di pensiero più incentrata sulla percezione e obiettività le potrebbe assestare un duro colpo, e così avvenne con l’avvento del positivismo, in particolare grazie al filosofo Auguste Comte:
Egli suddivise la storia intellettuale dell’umanità in tre stadi, o “fasi”:
- Fase “Teologica o Fittizia”: nella quale i teologi rappresentano le più alte autorità;
- Fase “Metafisica o Astratta”: nella quale i filosofi e la filosofia assumono l’autorità;
- Fase “Scientifica o Positiva”: nella quale è infine la scienza a comandare e assumere autorità.
Questa visione della religione e del conflitto con la scienza prevale tutt’oggi in molti ambienti. Va osservato però come questa distinzione tra sapere religioso come fittizio e scientifico come valido si concentra sulla religione esclusivamente come attività intellettuale, ovvero sulla religione come tentativo di spiegare il mondo.
Anche la teoria evoluzionistica di Charles Darwin ha contribuito al discredito delle tradizionali pretese religiose di spiegare il mondo, l’umanità e la storia, pretese demolite da sempre più campi di studi nel corso del XIX secolo, fornendo sempre più prove su come il genere umano avesse inventato i suoi dèi a propria somiglianza.
O ancora, con Ludwig Feuerbach, in cui religione viene smascherata come una antropologia rovesciata, cioè come attribuzione delle qualità migliori della natura umana in un qualcosa al di fuori di essa. Dio personifica le qualità della nostra natura di uomini: sentendoci limitati nel nostro singolo, attribuiamo ad egli l’assenza di limiti tipica invece della totalità della nostra specie. Funge quindi, in questa visione, da ponte di collegamento tra ciò che vorremmo fare e che vorremmo essere (ma che non riusciamo a fare o non riusciamo ad essere, colpevoli della nostra singolarità) e le infinite potenzialità intrise nelle capacità della nostra specie.
Se quindi l’uomo nel pensiero religioso finisce per proiettare al di fuori di sé la propria stessa natura e potenzialità, confluendole nell’idea di un essere onnipotente come Dio, allora, afferma Feuerbach, la religione altro non è che una forma di alienazione: un vero processo patologico di cui è vittima l’uomo, facendo scindere le proprie qualità da sé stesso, rendendole estranee e quindi aliene a sé, perdendo la propria identità in questo processo di estraneazione dell’uomo da sé stesso.
Strettamente connesso a Feuerbach troviamo anche il celebre Karl Marx, che senza mezzi termini sentenzia:
“La religione è il singhiozzo della
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