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Introduzione allo studio delle religioni

G. S. Gasparro

L'oggetto e il metodo

Osservazioni preliminari: la denominazione stessa della disciplina, Storia delle religioni, rende evidente come essa abbia un oggetto unitario (il complesso dei fenomeni riconoscibili come religiosi) ma allo stesso tempo vario e diversificato, che necessita pertanto di una definizione, indispensabile per l'avvio della ricerca. Questa definizione, però, non deve essere troppo rigida e sistematica, generalizzante e precostituita, pena il tradire l'individualità e la peculiarità dei vari fenomeni religiosi. Invece, deve essere ampia e flessibile, continuamente verificabile e modificabile a contatto con le varie realtà.

I problemi della definizione dell'oggetto sono strettamente legati a quelli della formulazione di un adeguato metodo d'indagine. Il metodo storico-comparativo prevede che lo studioso, utilizzando un metodo induttivo, muova dai fatti concreti, situati in diversi contesti storico-culturali, esaminandone origini e sviluppo, valutandone analogie e differenze con altri fatti, e collocandoli in categorie e tipologie storiche sulla base delle affinità di forma e non di contenuto, rispettando cioè il carattere unico di ogni fenomeno. Al di là delle specificità e delle differenze, vi sono infatti degli elementi caratteristici del fenomeno religioso in genere: esso è un elemento tradizionale di una comunità, coinvolge tanto il singolo quanto il gruppo sociale, nelle "credenze" e nel "culto", cioè in una serie di comportamenti e azioni non comuni alla vita quotidiana e volti ad instaurare un rapporto privilegiato con delle "potenze". Queste, siano esse più o meno definite e individualizzate, appartengono ad un livello diverso da quello umano e sono in grado di influire più o meno radicalmente sulla vita dell'uomo e sullo scenario cosmico in cui egli si muove.

"Rottura di livello" cit. Mircea Eliade: postulazione di un piano di realtà diverso da quello empiricamente esperibile dall'uomo, che sovrasta l'uomo e che lo precede, abitato da "potenze" con cui l'uomo può instaurare rapporti. Questa è la dimensione verticale determinata dalla dipendenza dell'uomo nei confronti di queste entità, dipendenza esplicitata concretamente tramite un sistema di "credenze" e "culti", ossia tramite una serie di norme comportamentali codificate e più o meno istituzionalizzate.

Riflessioni sul metodo

La ricerca storico-religiosa può essere definita, come il suo stesso oggetto, una "tradizione cumulativa". Essa ha il compito di indagare e circoscrivere, su base documentaria, quella componente di un quadro culturale che, in analogia alla nozione di religione elaborata nel corso della tradizione occidentale di matrice antico-romana e cristiana, può essere denominata religiosa, senza far derivare e dipendere quest'ultima da altri fattori culturali o da definizioni precostituite, senza, cioè, cercare di spiegarne natura e origini in maniera non scientificamente dimostrabile e scadendo in riduzionismi di varia natura. No discorso filosofico, teologico, sociologico, psicologico, etc. No riduzionismi.

La Storia delle Religioni deve essere considerata come autonoma disciplina scientifica, il cui oggetto di studio non è generalizzabile né riducibile agli altri aspetti culturali, con cui pure intesse numerosi e intricati rapporti che è utile indagare. Da ciò la ricchezza delle proposte esegetiche e metodologiche. La forza di questa disciplina risiede nell'utilizzare un metodo storico-comparativo basato su fatti verificabili, attestati da documenti degni di fede.

Utilità e rischi delle classificazioni tipologiche

Posto che non è possibile la conoscenza del reale senza la comparazione dei fenomeni e la loro classificazione, che inevitabilmente implica la definizione di categorie generali, rimane il problema e l'esigenza di una adeguata valutazione delle "somiglianze" e delle "differenze", la quale per essere tale non deve rivolgersi a contenuti comuni, ma piuttosto a modalità analoghe di organizzazione del fenomeno religioso, individuando aspetti e caratteri sufficientemente omogenei e storicamente significativi da poter essere raggruppati. Le categorie classificatorie così elaborate, pur contenendo necessariamente una certa convenzione e influenza culturale, saranno maggiormente adattabili e declinabili ai diversi contesti.

È utile riportare i 3 fondamentali criteri interpretativi ritenuti "essenziali per la definizione di un approccio storico-comparativo proprio sia della storia che di un'etnologia storicamente orientata" individuati da Bianchi:

  • Concetto di "tipologia storica": si riferisce non a tipi ideali astrattamente costruiti quali archetipi a priori, bensì a "una serie di concrete affinità (per quanto varie e certamente non interscambiabili) quali risultano dall'attenzione scientifica portata su fenomeni di processi" storici ben precisi.
  • Concetto di analogia: la quale, nel rispetto delle singole specificità, implica un adeguato lavoro di comparazione.
  • Concetto dell'"universale concreto/storico": risultati da una ricerca etnologica e storico-religiosa fatta su base storico-comparativa. Utilizzando tipologie storiche e analogie, questi universali non sono pure forme astratte senza contenuto né astratta fenomenologia, bensì rimandano continuamente al reale e al dettaglio e possono essere in ogni momento compresi e verificati.

"Il problema principale, allora, sarà di esplorare quella vasta 'continuità' che può permettere di parlare della religione come un esteso ed articolato 'universale concreto o storico', cioè come una famiglia di fenomeni che, per quanto vari e spesso irriducibilmente differenti, purtuttavia dimostrano, se non sempre una continuità o connessione reale in una successione storica provata dai fatti, almeno alcune affinità di carattere e di funzione (ma non solamente di funzione); affinità che non dovrebbero essere meno profonde delle differenze. Naturalmente anche queste affinità dovranno risultare dalla pertinente applicazione del metodo storico-filologico". Così, a fronte delle due opposte tendenze (l'una che tende ad estendere al massimo la nozione di religione, l'altra che tende a restringerla al minimo), Bianchi propone una terza via, grazie alla quale "la ricerca storico-religiosa può procedere sia alla costruzione di singole 'storie' pertinenti a specifici ambiti culturali, sia all'elaborazione di ampie 'tipologie', sempre attente a non omologare ma a distinguere i concreti fenomeni situabili al loro interno, tutti ancorati ai rispettivi e differenziati contesti storico-culturali".

Per una storia del termine e della nozione di "religione"

Una difficoltà iniziale nell'indagine storico-religiosa è costituita dall'impegno di proporre e utilizzare una definizione univoca dell'oggetto di studio. Se parliamo di religione per indicare tutto il complesso dei fenomeni religiosi, risulta infatti necessario essere previamente coscienti delle matrici storico-culturali europee e cristiane, e prima ancora latine del termine e della nozione di "religione" che hanno alle spalle un lungo processo storico e che non sono certo adeguati a ricoprire la vasta gamma di fenomeni religiosi, ma pure appaiono quali strumenti utili se non necessari per l'analisi, laddove usati con coscienza e cautela.

Roma Repubblicana - Cicerone: religiosi ex relegendo (ritornare con cura su quanto si è già osservato) + religio = cultus deorum = totale di pratiche rituali. Religiosus è colui che assume un atteggiamento rispettoso dei riti antichi. Religiosus VS Superstitiosus: la superstizione è concepita quale errata concezione del divino, ispirata non già dal corretto culto bensì dal timore di ricevere danni personali; i superstiziosi sono coloro che compiono continuamente sacrifici e sono continuamente assillati dallo scrupolo religioso perché temono per la salvezza dei figli (superstes). I religiosi al contrario praticano una corretta osservanza dei riti, portano così rispetto agli antenati, favoriscono il bene pubblico (la religio è il fondamento dell'imperium romano!) e contemplano la bellezza del cosmo, in cui si palesa il divino.

Aulo Gellio: "Religiosus è qualcosa che per il suo carattere sacro è lontano e separato da noi, e il vocabolo deriva da relinquo (separare) così come caerimonia (venerazione) da careo, astenersi".

Nonostante già al tempo romano fossero presenti diverse etimologie del termine e diverse concezioni, vengono comunque riproposti da entrambi i due aspetti del rispetto e del timore, in senso positivo, poiché rientrano in un rapporto equilibrato uomo-dio, scandito e manifestato nella prassi rituale ufficiale e pubblica. Religio, sanctitas e pietas sono le virtù fondatrici non solo del rapporto col divino ma anche della stessa vita sociale: la loro eliminazione si traduce, agli occhi di un romano, nell'eliminazione della fides e della iustitia, che sono alla base della convivenza umana. Ciò accade quando viene negata la provvidenza divina e quindi l'utilità dei culti, motivo per cui cultus, honores e preces sono termini altrettanto essenziali. La religio non è una questione di "fede", è più che altro un atteggiamento interiore (quindi anche "personalizzabile" dal punto di vista teorico) strettamente legato ad una concreta pratica cultuale, per cui l'homo religiosus non è colui che crede, ma colui che celebra i riti tradizionali.

Nel corso del I sec a.C. questa concezione tradizionale di religione inizia a collegarsi sempre più con la nozione di "credenza" in una o più potenze superiori, influenzata da religioni esterne e dall'ampliamento dei significati.

Autori cristiani dei primi secoli: con il diffondersi del cristianesimo, si delinearono 3 contesti storico-culturali caratterizzati ciascuno da una specifica religio: Iudaica, Romana e Religio nostra (Cristianesimo). Le prime due hanno una base nazionale, mentre il Cristianesimo propone una visione universalistica.

Tertulliano: "si diviene, non si nasce cristiani".

Lattanzio: in polemica con Cicerone afferma la derivazione di religio da religare (l'uomo ha origine da Dio, cui dunque rimane legato da un vinculum pietatis) + religio come stato interiore VS carattere pratico-operativo del fatto religioso romano tradizionale (anche se pure nel cristianesimo occupano una parte importante i riti) + institutiones umanae VS divinae + il nuovo messaggio è una sintesi organica di religio e sapientia, di origine divina e superiore al cultus deorum, ossia alle pratiche politeistiche frutto di un inganno diabolico: l'unica via di salvezza per l'uomo è conversione.

Agostino: autore cui soprattutto si deve una sistematizzazione ancora più completa della nozione di religio christiana quale religione che riconosce un unico Dio e si definisce come complesso di credenze a carattere dottrinale-teologico e pratiche cultuali e atteggiamenti etici. Compiendo una crasi fra le etimologie ciceroniana e lattanziana, e confrontando i termini di ambito religioso latini con quelli greci, Agostino fa derivare religio da religere / relegere nel senso di "scegliere nuovamente" e rilegarsi intimamente a Dio, dal momento che ab origine l'umanità è stata creata da Dio e dunque era con lui in diretto rapporto, prima di cadere nel peccato e allontanarsi (tipica prospettiva biblica).

Con Lattanzio prima e Agostino poi si delinea la nozione di religio quale complesso di credenze e pratiche cultuali dirette ad una (o più) divinità. L'utilizzo degli stessi termini latini indicano da un lato la formazione di questa nozione all'interno della facies religiosa greco-latina, con cui persiste un rapporto di continuità, dall'altro mostrano i profondi mutamenti di significato di cui un termine può essere oggetto nel corso del tempo a seconda del contesto in cui viene utilizzato.

Teologia come "quantità" della ricerca storico-religiosa

I condizionamenti storico-culturali del termine e della nozione di religione sono altrettanto evidenti e qualificanti nel caso della teologia = discorso = attività rappresentativo-narrativa di origine greca (ambito in cui si sovrappone sostanzialmente alla mitologia, cioè ad un discorso estremamente variegato e mobile, privo di alcuna fissità dottrinale e di testi canonici), in ambito cristiano diverrà sistematica riflessione sul divino, con la definizione di un corpus dogmatico saldamente costruito.

Nella prospettiva greca il discorso sul divino, anche nei suoi più alti livelli filosofici, valida e rafforza i legami fra la comunità e il divino, mentre in quella cristiana, con l'affermazione di un unico Dio che è Verità ed Essere, la teologia diviene una vera e propria scienza del divino che procede in maniera logico-deduttiva da degli assunti previ e conformemente a modelli precostituiti sulla base della corretta nozione di Dio = elaborazione di enunciati di verità.

Breve storia degli studi

Una introduzione al tema

La storia delle religioni come disciplina è piuttosto recente: si può dire che essa sia nata sotto il profilo metodologico nel XIX secolo, pur avendo dei presupposti nei secoli XVII – XVIII e addirittura nell'antichità stessa. Percorrere la storia della disciplina permette di constatare quali siano i risultati acquisiti, sui quali è possibile fondare ulteriori ricerche, e quali gli errori, in cui sono incorsi gli studiosi, che è necessario evitare. Errori risultano dalla difficoltà di elaborare e verificare gli strumenti più utili per poter accedere allo studio dell'oggetto della disciplina, nella grande varietà delle sue manifestazioni. D'altra parte, questa ricerca non può dirsi conclusa, come dimostra la presenza tutt'oggi di vari indirizzi metodologici.

Nel fatto religioso convergono in misura diversa, secondo i casi, esigenze di tipo logico-razionale ed esigenze di tipo psicologico-sentimentale o anche irrazionale. Una corretta teoria interpretativa valuta il fenomeno religioso nel suo complesso, senza sbilanciamenti, considerandolo nella sua concreta dimensione storica e non imponendo ai fatti categorie troppo rigide e assolute.

L'Animismo di E. B. Tylor e l'evoluzionismo positivista

Intorno all'800 la ricerca è stata solitamente orientata a trovare nelle religioni un minimo comune denominatore, insieme originario e comune, alla base di quello sviluppo unico e lineare in senso evolutivo che caratterizza il fenomeno religioso in tutte le sue manifestazioni = teoria "evoluzionista" (metà del XIX secolo) influenzata dal precedente positivismo filosofico, che aveva stabilito scientificamente una cronologia nella storia dello sviluppo dell'umanità sotto il profilo antropologico-fisico (Darwin) e tecnologico (evoluzione tecniche manuali) + influssi colonialismo, contatto diretto con popoli a prima vista meno sviluppati dal punto di vista economico-culturale, e per questo definiti "primitive" o "popoli di natura" = considerate più vicine a quell'origine del processo evolutivo che avrebbe interessato tutta l'umanità e di cui si constatavano ancora varie "sopravvivenze" = tracce più o meno chiare di credenze e pratiche primitive nel presente.

Su questa base, Tylor (1832 - 1917) elaborò la teoria dell'animismo quale primordiale credenza religiosa dell'umanità con il concetto di anima, collegato alla credenza secondo cui tutti gli esseri, anche gli animali e gli oggetti inanimati, hanno un loro "doppio" invisibile ed intangibile, l'anima = anima-immagine \ anima-doppio = perché riproduce le fattezze dell'individuo + sarebbe stata percepita soprattutto nell'esperienza del sogno o dell'estasi. Anima = entità separabile dall'individuo, che ne riproduce la personalità e può agire in maniera indipendente + talora le anime "separabili" tendono a personalizzarsi ed a concentrarsi in certi luoghi, da cui influiscono sulla vita del gruppo sociale + gradualmente così alcune anime hanno assunto maggiore rilevanza, acquistando caratteri personalistici più definiti e attributi divini (politeismo) fino ad arrivare al prevalere di una sola personalità "concentrata" (monoteismo). Tuttavia, non si dà storicamente nessuna popolazione esclusivamente "animistica", l'animismo può essere presente o meno ma comunque convive sempre con altre credenze più o meno complesse; ergo questa concezione non può essere presa quale minimo comune denominatore, ma al contrario va sempre contestualizzata + primitivo come un "filosofo selvaggio" + Tylor lascia in secondo piano, rispetto all'esperienza individuale, il contesto sociale e comunitario in cui queste credenze si sviluppano.

J. G. Frazer e la magia

Nello sforzo di arretrare il più possibile i termini del problema, si è cercato di individuare delle concezioni a-religiose o non-religiose atte a definire uno stadio anteriore alla stessa religione: si è parlato di pre-animismo \ animalismo con riferimento a forze impersonali ritenute presenti nella natura (cfr Marett e il concetto di mana), oppure si è individuato questo stadio nella magia, ritenuta più semplice ergo più antica della religione. Frazer, studiando il rapporto magia \ religione, sottolinea importanti differenze: la pratica magica presuppone da parte dell’uomo un atteggiamento di autonomia = uso autonomo di un potere che spesso proviene dallo stesso livello sovrumano della religione ma che è indirizzato verso scopi personali grazie alla messa in atto di comportamenti capaci di produrre automaticamente dati effetti sulla realtà (VS) nella religione, invece, l’uomo è sottomesso al sovrumano, di cui ricerca il favore e l’appoggio.

Alla base della pratica magica vi è il principio simpatetico, per il quale si ritiene che tra realtà diverse sussistano dei rapporti di casualità grazie ai quali, agendo sull’una, si ottiene l’effetto voluto sull’altra. Tale meccanismo si traduce in due modalità principali: la magia di contagio e quella imitativa. Quest’ultima implica l’idea che imitando in vari modi l’oggetto della magia, si possa agire su di esso.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/06 Storia delle religioni

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher eioads di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Introduzione allo studio delle religioni e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Sbardella Francesca.
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