Gli studi di storia delle religioni: profilo storico
Capitolo 1: Prima della storia delle religioni
L’entrata della disciplina di storia delle religioni in ambito di insegnamenti universitari si può ricondurre alla seconda metà del XIX secolo, tuttavia cercare i tratti di una “preistoria” della materia risulta estremamente problematico.
Riflessioni settecentesche
Nel corso del XVIII secolo nasce in Occidente l’interesse per lo studio degli usi di “primitivi”, in termini di paragone con gli usi degli antichi Greci, in particolare riguardo la concezione del mito. Un nuovo modo per considerare il mito nasce in quegli anni da Giambattista Vico, che afferma e teorizza l’idea che il mito sia una forma di percezione della realtà differente da quella razionale e autonoma rispetto ad essa. Nella sua teoria l’uomo attraversa tre fasi di sviluppo:
- Nella prima fase, gli esseri umani spaventati dai fulmini alzano gli occhi verso il cielo e ne fanno un corpo animato,
- Nella seconda fase, costruiscono il mito, come la poesia,
- Nella terza fase, l’alterità del mito è ricondotta all’interno delle facoltà umane: è l’alterità della fantasia rispetto alla lucida ragione.
L’interesse per i popoli “primitivi” o “selvaggi” si esprime secondo due correnti:
- La prima, legata a Charles de Brosses, che inserisce nel vocabolario intellettuale la parola “feticismo”, riferendosi con “feticcio” genericamente a una venerazione rivolta a cose animate e inanimate che nasce da paura e ignoranza;
- La seconda, legata a Nicolas-Sylvestre Bergier, riconduce le religioni a un’esigenza dettata non solo da paura e ammirazione, ma anche da altre emozioni e dalla ragione, appoggiandosi su una “credenza ingenua” che vede le cose animate da spiriti, anticipando le successive tesi animistiche.
In questi anni giunge anche alla prima definizione di ciò che oggi conosciamo come “età assiale”, formulata da Anquetil-Duperron ma teorizzata da Jaspers, avvenuta intorno al primo millennio avanti Cristo, che vede uno spostamento di interessi, all’interno di una serie di tradizioni religiose e filosofiche, verso l’etica e la morale, accompagnato per lo più dall’avvento dell’alfabetizzazione. In quest’epoca, troviamo le basi per il sorgere delle maggiori tradizioni scritturistiche nella storia delle religioni, che si convertono da forme antiche di pratiche e rituali “sanguinari”, a precetti etici e istruzioni morali che dovevano essere eseguite all’interno di queste tradizioni letterarie.
Il XIX secolo: sensibilità romantica e nuove scoperte
In questo secolo si riscontrano grandi novità per lo studio delle religioni. In primo luogo, nasce la linguistica comparata, con relative correnti interne come la mitologia linguistica comparata. Questo approccio comparativo si basava sull'analisi delle somiglianze e delle differenze tra le lingue per ricostruire le loro origini comuni. Questo metodo ha portato a diverse implicazioni e influenze nel campo della storia delle religioni. Poniamo qualche esempio.
La linguistica comparata ha contribuito a identificare radici linguistiche comuni tra diverse lingue, suggerendo connessioni tra gruppi di popoli e aprendo la strada a riflessioni sulle possibili radici condivise delle religioni. Ha alimentato lo studio delle lingue sacre, come il sanscrito, l'ebraico antico e il greco antico, che sono di importanza fondamentale per molte tradizioni religiose. Gli studiosi hanno iniziato a confrontare miti, simboli e racconti religiosi tra diverse culture, cercando somiglianze che potrebbero riflettere influenze linguistiche o culturali condivise.
La sensibilità romantica contribuisce in modo determinante a sottolineare l’importanza della religione, ad esempio con l’insistenza sul valore rivelativo della natura e più in generale dei simboli, oppure con l’accento che pone sulle identità nazionali, il cui fondamento è ricercato nei patrimoni simbolici e narrativi tradizionali.
Il XIX secolo: positivismo ed evoluzionismo
Nel corso dell’Ottocento, si impongono anche le idee positiviste. Tra i più influenti esponenti troviamo Auguste Comte, con la sua tripartizione dello sviluppo dell’umanità in fase teologica, metafisica e scientifica (o positiva). La prima di esse viene ulteriormente scomposta da Comte in:
- Stadio del Feticismo: che si riferisce alla venerazione degli oggetti della natura in generale,
- Quando gli oggetti di culto sono spiritualizzati e personalizzati si passa al politeismo,
- Che si conclude col monoteismo.
Non poggiando su alcuna base documentaria, questo schema non gode di molta credibilità scientifica. In modo simile, Herbert Spencer pone l’origine della religione nell’idea che l’io non finisca dopo la morte, e a partire da essa, si passi al culto degli antenati.
Nel 1859 viene poi per la prima volta dimostrata l’esistenza di un “uomo antidiluviano” e nello stesso anno abbiamo la pubblicazione de “L’origine delle specie” di Darwin, che inizia a sgretolare la cosmologia cristiana ancora radicata all’epoca. Sulla scia darwiniana troviamo anche John Lubbock, inventore dei termini paleolitico e neolitico, che articola maggiormente il sistema comtiano: all’ateismo succederebbero il feticismo, il totemismo (come culto della natura), lo sciamanismo, l’idolatria (antropomorfismo), l’idea di Dio creatore e infine la religione considerata dal punto di vista morale (età assiale).
Capitolo 2: Gli studi di storia comparata delle religioni diventano una disciplina scientifica
La Svizzera e l’Olanda: storia delle religioni e teologia
La prima cattedra di Storia delle religioni è istituita in Svizzera nel 1874, tre anni dopo la seconda è in Olanda, dove avrà un impatto internazionale molto più importante. La secolarizzazione dello stato fornì una base ottima su cui istituire una ricerca priva di presupposti confessionali, la completa laicizzazione delle facoltà teologiche avvenne infatti nel 1876, un anno prima della cattedra. È importante poi ricordare l’interesse che il dibattito religioso rivestiva in un paese nel quale convivevano diverse confessioni religiose. Nel 1877 la cattedra è assegnata a Cornelius Tiele, autore del primo manuale di storia delle religioni.
La Francia: cattedre, istituzioni e musei
L’impulso arriva ben presto nel paese secolarizzato per eccellenza, in Francia, dove la prima cattedra di Storia delle religioni è istituita nel 1880, dopo la vittoria nel ’79 di repubblicani e anticlericali. La particolarità francese consisteva in una cattedra di Storia “generale” delle religioni, e un istituto di ricerche sulle religioni singole nel quale tale cattedra non è prevista. Nel 1900 a Parigi si tenne il primo congresso internazionale di Storia delle religioni.
Il Belgio e la Gran Bretagna: storia delle religioni e interessi coloniali
L’origine della stessa Storia delle religioni si fa risalire a un ciclo di quattro lezioni tenute ad Oxford in Gran Bretagna nel 1870, tenute da Max Muller. In Gran Bretagna è pubblicata, tra il 1908 e il 1921, la prima enciclopedia delle religioni e dell’etica, punto di riferimento per gli studiosi del settore per almeno il mezzo secolo successivo.
La preponderanza degli studi di storia del cristianesimo in Germania
Nelle università tedesche conoscono la loro prima fioritura gli studi storico-critici sulla Bibbia e sul cristianesimo antico. Questa scuola intende la comparazione come uno strumento imprescindibile, il cui scopo è trovare le somiglianze tra fatti religiosi limitrofi per una migliore comprensione delle origini del cristianesimo. Non esistevano, tuttavia, nei paesi di lingua tedesca, insegnamenti di Storia delle religioni.
L’Italia: ragioni di un ritardo
La prima cattedra italiana di Storia delle religioni risale al 1923, la ragioni di questo ritardo risiedono innanzitutto nella mancanza di un dibattito culturale ricettivo verso le idee della nuova disciplina, oltre che a un lampante freno imposto dalla radicata tradizione confessionale cattolica. Unica eccezione fu all’Università di Roma nel 1886, dove al Prof. Labanca, viene affidato un insegnamento di Storia delle religioni, che solo un anno e mezzo dopo cambia nome in Storia del cristianesimo.
Gli altri paesi
Altri corsi vennero attivati in Ungheria, Danimarca, Svezia e Finlandia. L’interesse per la materia si sviluppa anche oltreoceano, dove nel 1891 è creata una cattedra all’Università di Harvard e l’anno dopo a Chicago, mentre è del 1905 la prima cattedra di Religioni comparate di Tokyo.
Capitolo 3: La formazione di un metodo
Il contesto culturale
Come detto prima Max Muller è considerato tutt’oggi il fondatore della storia delle religioni. I suoi studi si riferiscono al modello della linguistica comparativa. Egli si occupava prevalentemente di terminologia e di testi sacri delle civiltà del ceppo indoeuropeo. Studia così i nomi degli dèi, che, attraverso un’ampia comparazione, collega all’osservazione dei fenomeni naturali, e in particolare degli astri, giungendo a risultati considerati dalle ricerche successive per lo più fantasiosi, con poche eccezioni.
Lo stesso metodo di lettura è impiegato per spiegare i miti. Ci troviamo in entrambi i casi di fronte a una “malattia del linguaggio”, cioè a un processo che induce a scambiare delle realtà di ordine linguistico per divinità e la descrizione di eventi naturali per storie mitologiche. La storia delle religioni di Muller si presenta come una disciplina legata quindi allo studio del linguaggio (quindi alla filologia) che si esercita su testi scritti e svolge una comparazione tra termini e complessi di termini tra loro geneticamente imparentati dalle cui somiglianze mira a trarre un significato.
Le scuole antropologiche classiche
Oltre alla corrente filologica, vi è la corrente antropologica nello studio della storia delle religioni, di impianto positivista ed evoluzionista, che nega ogni dialogo con le prospettive teologiche. Questa corrente vede nei suoi padri fondatori Edward Burnett Tylor. L’antropologia classica presuppone innanzitutto una fondamentale uniformità umana, dalla quale consegue la possibilità di individuare, presso tutte le culture, un’evoluzione che si svolge secondo uno schema generale e costante, caratterizzato dal passaggio da forme semplici a forme sempre più complesse e articolate.
Al fine di cogliere di tratti di questo processo evolutivo, occorre individuare innanzitutto le origini delle civiltà, valorizzando l’origine non in quanto semplice inizio storicamente definito, ma in quanto fondamento. Poiché tuttavia le origini affondano nei bui tempi preistorici, si ricorre alla comparazione con le civiltà dette “primitives”. Nel corso di questa evoluzione, nel momento in cui alcuni tratti culturali propri di una fase precedente si ritrovano all’interno di una fase successiva, si parla di “sopravvivenze”. Le sopravvivenze assumono una particolare importanza in quanto, in mancanza di documenti, è a partire da esse che si può risalire a stadi di sviluppo precedenti rispetto a quelli che le fonti attestano. In questo schema la religione tende ad assumere una posizione centrale, derivando un interesse particolare dell’antropologia per gli studi religiosi.
Tylor definisce la religione come “credenza in esseri spirituali” e ritiene che la forma originaria di tale credenza sia l’animismo. All’anima, intesa come sussistente anche dopo la morte, verrebbe poi attribuita la facoltà di trasmigrare. Per analogia, sarebbe poi attribuita ad animali e piante e poi anche ad esseri non viventi. Dal culto dei morti e degli antenati viene quindi l’idea di “spiriti puri”, che, tramite un ulteriore processo evolutivo, danno luogo prima al politeismo ed infine al monoteismo.
Il successore di Tylor, Robert Ranulph Marett, individua un periodo pre-animista caratterizzato dalla credenza in una forza diffusa ed impersonale che soltanto in una seconda tempo di individualizzerebbe dando luogo alle anime tyloriane. Tale forza è denominata col termine melanesiano mana.
Negli stessi anni si impone l’idea del totemismo come religione primitiva. Essa indica una forma di organizzazione sociale, dai risvolti religiosi, ritenuta universalmente diffusa a uno stadio primitivo della civiltà. Esso presuppone una divisione della società in gruppi familiari (clan) che condividono il riferimento a un antenato mitico comune (il totem), che può essere un animale, una pianta o un oggetto che è proibito uccidere o distruggere ai membri del clan. In questo tipo di organizzazione è vietato anche il matrimonio tra due appartenenti allo stesso clan.
Capitolo 4: Metodologia etnologica e studio delle religioni del mondo antico
Il fatto che la culla di entrambi gli approcci, filologico ed etnologico, sia proprio la Gran Bretagna è facilmente spiegabile tenendo conto dell’interesse coloniale (culturale e politico) che mirava a una conoscenza approfondita delle altre popolazioni, specialmente quelle sotto il proprio dominio (Muller infatti si concentra molto sullo studio dell’India). Vi sono, all’interno della Storia delle religioni, correnti più prettamente “storiche”, che riconoscono il valore della comparazione, ma senza trarne alcun utilizzo, o che si rifiutano proprio di prenderlo in considerazione. L’incontro dei due approcci principali (filologico, con una grande attenzione ai documenti scritti e a una comparazione prettamente linguistica; ed etnologico, con una comparazione di ampissimo raggio, ma in un interesse rivolto prettamente alle civiltà orali) è comunque considerato il più fruttuoso e diffuso.
William Robertson Smith e l’antico Israele
William Robertson Smith è stato un pioniere dell’influsso antropologico sulla storia delle religioni. Il suo campo di interesse verteva principalmente sulla religione dell’antica Israele, con particolare attenzione rivolta alla centralissima pratica del sacrificio. Tuttavia, le unica fonti riguardo al significato di questo genere di sacrificio sono presenti esclusivamente nella Bibbia, il che porta Smith a cercare nelle aree limitrofe delle pratiche simili con cui porre delle comparazioni. Le sue risposte le trova presso le popolazioni nomade del Sinai e nei loro rituali di sacrificio del dromedario, animale considerato sacro e proibito uccidere se non in caso di specifici rituali, che danno al dromedario un valore totemistico per la comunità. Da qui Smith ne deriva un’origine totemica della religione ebraica. Va ricordato che queste tesi nascono dal confronto di due pratiche sì limitrofe nello spazio, ma estremamente lontane nel tempo, comparando per giunta un rituale ebraico/cristiano con uno prettamente pagano e “primitivo”.
James George Frazer e il mondo classico
James George Frazer è l’autore del celebre saggio “Il ramo d’oro”, un saggio antropologico che esplora le pratiche religiose e magiche nelle società primitive, proponendo la teoria dell'evoluzione religiosa. Qui Frazer analizza rituali, miti e cerimonie per identificare i principi comuni che guidano il pensiero umano nel suo sviluppo culturale. È difficile in questa fase distinguere chiaramente la storia delle religioni dall’antropologia e dagli studi folkloristici.
Un elemento centrale nel saggio è il modello del “dio morente”, che Frazer riconosce come caratteristico del Vicino Oriente e della Grecia, ma in generale largamente diffuso nel mondo antico. Secondo tale modello, una figura religiosa femminile si unisce ad una maschile, a lei subordinata, che subisce una vicenda di morte e rinascita. Tale vicenda mitica si va riflettendo poi sulla vegetazione, e una volta tradotta in rituale ha la funzione di promuovere la fertilità.
Un elemento imprescindibile per comprendere questa analisi frazeriana è quello della magia. Secondo lo studioso infatti, prima di conoscere le religioni l’umanità ha attraversato una fase magica. Questa fase sarebbe nata dalla facoltà umana di associare idee, finendo per ritenere le cose associate nella nostra mente come associate anche nella realtà. Da qui Frazer definisce un percorso che porta l’umanità dalla magia alla religione e dalla religione alla scienza, secondo un approccio fortemente positivista ed evoluzionista.
Capitolo 5: La crisi dei modelli evoluzionisti e positivisti
Specificità culturali e contatti tra culture
Il modello evoluzionista è però destinato a subire fortissime critiche. Il primo ad individuare un nuovo percorso di ricerca è Franz Boas, che insiste invece sulla necessità di una ricerca sul campo indirizzata ad aree culturali specifiche, studiate nel loro contesto storico e culturale, con particolare attenzione ai contatti tra culture. L’idea che la somiglianza tra idee, pratiche, manufatti presenti in società diverse non dipenda da una “invenzione contemporanea” (come vuole la teoria evoluzionista), ma da contatti più o meno complessi e mediati tra culture prende il nome di diffusionismo (in contrapposizione all’evoluzionismo).
La crisi dell’idea dell’uniformità del “primitivo”: la scuola storico-culturale o dei cicli culturali
Dal geografo Friedrich Ratzel e dall’etnologo Leo Frobenius, nasce un nuovo approccio...
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