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Abitare il silenzio

Introduzione

Il mondo claustrale e cattolico contemporaneo di ambito europeo è conosciuto solitamente dai testi scritti e dai racconti delle persone che fanno parte di quel mondo e anche per questo poco sappiamo circa la vita pratica e quotidiana della clausura (forma estrema di vita monastica che proibisce o limita ogni contatto fra esterno/interno). In questo contesto di assenza di comunicazione, l'esperienza di campo in quanto ambiente comunicativo di incontro è del tutto assente o deformata.

Questo lavoro nasce da una etnografia partecipata, in veste di attrice sociale protagonista, all'interno di due monasteri francesi di Carmelitane (scalze). La studiosa vi è entrata come se fosse una postulante, cioè una persona interessata ad entrare nell'Ordine religioso che vive brevi esperienze di soggiorno nel monastero e, guidata da un ange gardien, inizia un percorso di apprendimento della vita monastica e dell'essere monaca. Quest'ultimo è un vero e proprio processo di antropopoiesi, in quanto fin da subito risulta necessario la destrutturazione della rappresentazione sociale della persona al femminile per sostituirla progressivamente con un'altra più idonea alla vita claustrale.

Entrare nella quotidianità aiuta a capire come le spinte ideali di stampo mistico-devozionale, tipiche dei gruppi religiosi claustrali, si traducano in strategie comportamentali: in altre parole, l'ispirazione alla divinità, in quanto pratica sociale, si declina al tempo stesso in forme aggregative concrete e in forme corporee e mentali considerate ad essa funzionali. L'esperienza mistica (la contemplazione diretta del "sacro") si basa in primis su precise tecniche del corpo, atti tradizionali efficaci, atti appresi, trasmessi, riconosciuti dagli agenti come funzionali allo scopo prefisso.

Tuttavia, è necessario sottolineare che nella tradizione cattolica i singoli monasteri hanno una certa autonomia di prassi, che può tradursi in pratiche e abitudini quotidiane diverse. Ergo, non è possibile operare una generalizzazione e a livello analitico è necessario distinguere tre diversi filtri di analisi:

  • Piano del prescritto – come il gruppo è definito e regolato ufficialmente
  • Piano dell'agito – come il gruppo vive effettivamente la quotidianità esperienziale
  • Piano dell'ideale – come il gruppo si auto-rappresenta e a quale modello fa riferimento

La validità dell'esperienza religiosa è soprattutto pratica e non teoretica ed è spesso la pratica a generare la giustificazione. Cfr Smith, egli distingue il valore della prassi in quanto tale da quello delle credenze che poggiano su di esso. Così nel testo si intrecciano la voce dell'autrice, quella dell'antropologa e protagonista, e quella delle religiose e dei testi cui loro effettivamente fanno riferimento, nella prassi e nel parlato, citandoli, selezionandoli e attenendosi ad essi più o meno fedelmente, più spezzoni di cronache e registri interni che riportano accadimenti interni.

NB: la voce delle religiose è un contributo successivo all'esperienza di campo, realizzato in parlatorio in un secondo momento, sfasatura temporale, e evidenti rimodulazioni teoriche e rappresentazionali dell'esperienza. L'intreccio di voci permette di far emergere prospettive e motivazioni, contraddizioni e influenze reciproche, ma anche abitudini linguistiche, lessicali e di scrittura.

La Porta

L'entrata nella clausura carmelitana ha permesso alla studiosa di avvicinare una delle realtà monastiche femminili considerate, dalle religiose claustrali stesse, tra le più rigorose e autoriflesse. Fin dalle sue origini storiche, la scelta carmelitana è stata caratterizzata da spirito eremitico e forte chiusura verso l'esterno.

L'Ordine carmelitano femminile (riconosciuto già dal 1452) è oggi diviso in due rami distinti: le Carmelitane "calzate" o dell'Antica Osservanza, che sono rimaste fedeli alla regola della fondatrice delle Carmelitane in Francia, Françoise d'Amboise (1427 – 1485) e che oggi rappresentano una minoranza; e quelle "scalze", nate dalla riforma operata nel 1593 (nel clima del concilio di Trento) da Teresa d'Avila e da Giovanni della Croce, che comportano un maggior rigore comportamentale.

Françoise d'Amboise, duchessa di Bretagna, rimasta vedova decide di dedicarsi ad una rigorosa pratica religiosa. È ricordata per il fervore spirituale e la severità del disciplinamento interiore. A lei vengono attribuite le prime fondazioni monastiche in Francia.

L'entrata in clausura è un passaggio fisico e simbolico, una modalità di accesso ritualizzata, si passa attraverso un imponente portone ligneo ufficiale, che segna l'entrata nella clausura vera e propria, e che viene aperto solo dalla priora e solo quando una postulante decide di entrare o uscire. L'esclusività dell'apertura del portone ne sottolinea il valore simbolico: esso rispecchia una scelta di vita e ricorda a livello visivo la separazione dal contesto circostante.

Relazione chiusa significa rappresentazione di gruppo in cui contenuti e rappresentazioni di senso che per esso valgono, escludono una partecipazione allargata, monopolizzazione del patrimonio materiale e simbolico, garanzia dell'esistenza del gruppo. Dopo l'entrata, la priora e la vicepriora accompagnano la postulante direttamente alla propria cella, introducendola in un mondo privo di suoni, vuoto spaziale e uditivo, e tempo dilatato fino all'annullamento.

La relazionalità del silenzio

Il silenzio abitato: il silenzio è una pratica quotidiana che accompagna il nostro vissuto intervenendo a livello fisico e intellettivo; le rappresentazioni uditive e le norme acustiche che ne derivano, formano e deformano la spazialità abitativa, la quale a sua volta contribuisce a costruire le persone (in questo caso religiose). La relazione tra spazio, sonorità e soggetti.

La clausura rappresenta una situazione limite di riduzione di suono, da intendersi sia come suono-parola sia come suono-rumore, un ambiente ovattato in cui il silenzio è utilizzato quale elemento caratteristico e performativo della vita sociale del gruppo. La vita quotidiana all'interno del monastero è scandita da una alternanza ordinata e fissa di silenzi e momenti di preghiera, in cui è permessa solo la parola di devozione; i momenti religioso-devozionali si alternano a momenti lavorativi e ricreativi, strutturati in maniera fissa secondo la liturgia delle ore e soggetti a variazioni solo in occasione di ricorrenze religiose (in cui il tempo dedicato alla preghiera e al silenzio aumenta).

I singoli appuntamenti si svolgono in successione continua, senza interruzioni o momenti di pausa, una giornata intensa, rigidamente strutturata, senza possibilità di scelta o movimento individuale. Una vita particolarmente dura, faticosa, stancante anche perché ogni attività viene compiuta con una estrema e continua attenzione per ogni singolo gesto; inoltre è sentito come necessario rispettare i tempi della giornata, considerati ben strutturati e funzionali, con un senso di obbligatorietà.

Ogni momento della giornata è dedicato ad una attività precisa e ogni attività si svolge in un luogo determinato: il coro è sede delle attività liturgiche comunitarie, cioè delle preghiere (messe, angelus, lodi) e dell'orazione (si tratta di un'ora silenziosa di riflessione spirituale individuale in cui si cerca di instaurare un rapporto diretto e interiore con la divinità mediante un dialogo, una lettura, un'immagine, etc). I pasti si consumano in comunità in refettorio senza parlare, ascoltando musica sacra e inni devozionali o con una suora che legge ad alta voce testi e giornali di interesse liturgico-religioso. Per il resto, il lavoro si svolge in solitudine e silenzio, ed è finalizzato alla gestione della comunità (pulizie, cucina, lavanderia); ci sono 50 minuti pomeridiani di tempo libero in cella (unico momento dedicato all'attività personale) e solo 75 minuti totali di libera conversazione, la quale avviene in occasione delle due ricreazioni giornaliere (brevi incontri comunitari e "informali" in cui è consentito lo scambio verbale).

NB: tutte le attività (e le azioni) della giornata sono percepite dalle religiose come preghiera, da intendersi in senso ampio come pratica per mezzo della quale il singolo individuo o la collettività si pongono in rapporto con ipotetiche forze extraumane, con finalità di richiesta, glorificazione, ascolto, dialogo. La vita è preghiera.

In effetti, la specificità della scelta carmelitana è legata a un percorso intimistico-contemplativo individuale finalizzato alla comunicazione e all'unione mistica con la divinità e per il quale la scelta del silenzio è funzionale, anzi essenziale. Come se solo attraverso l'inespresso fosse possibile percepire l'inesprimibile, un processo omeopatico. La riduzione sonora come parte integrante del percorso che porta alla realizzazione dell'aspirazione mistica, rientra in un insieme più generale di tecniche del corpo e del sentimento, orientate verso la "riduzione" della persona.

"Il rumore è come le porte chiuse. Esso chiude le porte del tuo cuore. Il rumore è come un ostacolo che ti impedisce di sentire. Per questo ti devi mettere in una situazione che sia insieme di silenzio e di apertura del cuore."

"Il silenzio concentra (...) è una parte del nostro cammino verso Dio (...) è indispensabile."

Il silenzio è definito una "condizione della segreta unione a Dio" = condizione intesa come qualità, requisito, situazione e presupposto necessari per l'avvicinamento a piani percettivi simbolici, ma anche, più in generale, come stato fisico e psicologico, come status sociale. In altre parole, il silenzio da mezzo per il raggiungimento di uno scopo diviene esso stesso condizione d'essere, modo di essere: la cornice comunitaria induce ad assumere prevalentemente una posizione di parlante in relazione con un interlocutore assente, dialogo in absentia, comunicazione verticale e interiore.

Il livello comunicativo di base, essenziale per la vita quotidiana comunitaria, passa per il corpo, specie attraverso lo sguardo e il viso, è un linguaggio dei gesti, visivo, specializzato, controllato. In effetti, all'interno di un quadro di controllo e di limitazione del movimento quale è quello della clausura, i minimi segnali corporei hanno una visibilità e una capacità di significazione potenziate. Ma per vederli e apprenderli è necessario un lungo percorso di acculturazione.

Controllo del silenzio = padronanza di sé e sottomissione = affermazione di sé attraverso il vuoto sonoro e non la parola, processo di antropopiesi ma anche azione condivisa, fondata su convenzioni, ergo coesiva e funzionale.

Percorsi del gesto: il silenzio è un linguaggio, inteso come azione descrittiva e performativa, che costruisce la realtà circostante e i soggetti stessi e le loro relazioni. In questo senso, il silenzio, voluto e cercato, è partecipato e partecipativo, cioè vissuto, condiviso, "abitato". Il silenzio è un luogo da riempire, un mezzo da utilizzare, un'attività da orientare verso la divinità, che è presenza (fisica, intima, amata) e che è il fine della pratica religiosa.

Il silenzio della clausura è totale e prevede la sua realizzazione su piani diversi, non solo verbali ma anche fisici, cioè mediante un controllo non solo della propria voce ma anche del proprio corpo = ricerca di atteggiamenti adeguati, rispettosi, sobri, calmi. E ciò significa non solo, in senso passivo, astensione da certi movimenti e posture, ma anche, in senso attivo, capacità di metterli in atto, quando necessario, in modo lento, silenzioso, spesso ripetitivo e continuato, riducendo i gesti al minimo indispensabile e depotenziandoli. Per farlo ci vuole una certa abilità e una certa esperienza, è necessario acquisire precise tecniche, allenarsi, farci l'abitudine; ma soprattutto ci vuole volontarietà e controllo.

Il ritmo giornaliero è dato dal ripetersi di gesti, atti e posture, compiuti con lentezza e rigore, secondo precise modalità, che col tempo vengono incorporate fino a divenire parte integrante dell'azione stessa. Ciascuno di questi gesti è trattato in quanto singolo e unico, dotato di significazione propria, connotazione intimistica e culturale.

"Il modo in cui posizioniamo il nostro corpo ci aiuta alla vita di preghiera."

"I gesti servono ad esprimere quello che viviamo interiormente."

"Ci costruiamo le une con le altre, insieme, e non c'è nulla che ci sfugga in quel silenzio (...) Ci si rende conto di tutto."

Al controllo sui propri movimenti e allo sforzo di non far rumore si accompagna l'acquisizione della capacità di sentire, anch'essa attuata nel tempo mediante l'apprendimento di precise tecniche fisiche. La prossemica e il movimento all'interno del monastero hanno un ruolo parimenti centrale. Se le posizioni veicolano significati complessi...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher eioads di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Introduzione allo studio delle religioni e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Sbardella Francesca.
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