Introduzione De natura deorum: Bruto
Il De natura deorum fu composto intorno al 45-44 a.C. e consegnato a Bruto poco prima della morte di Cesare.
L’opera teologica viene ambientata all’interno di una villa in campagna dove Cicerone orchestra una discussione filosofica tra:
- Velleio: epicureo;
- Balbo: stoico;
- Cotta: accademico.
Nonostante nessuno dei protagonisti sia un filosofo di professione, ognuno espone e discute le proprie opinioni.
L’opera viene suddivisa in tre libri:
- Primo libro: Velleio espone la tesi epicurea, ampiamente confutata da Cotta;
- Secondo libro: Balbo espone la dottrina stoica della Provvidenza, celebrando la natura e la posizione predominante dell’uomo. Tale dottrina sembra essere apprezzata dallo stesso Cicerone;
- Terzo libro: Cotta confuta quanto esposto nel secondo libro, giungendo alla conclusione che la religione è un mero strumento della politica e dei suoi governatori.
Primo libro
Nei primi paragrafi, riferendosi a Bruto, Cicerone introduce un problema complesso e oscuro: la natura delle divinità.
Nonostante la maggior parte delle persone sia portata a credere all’esistenza degli dei per impulso naturale, l’autore riporta il nome di alcuni dubbiosi, come: Protagora, Diagora e Teodoro.
Per quanto concerne Protagora, egli pone l’accento sul prospettivismo: l’uomo misura tutto a partire da se stesso, pertanto non è mai possibile dire il falso. Protagora viene definito agnostico - impossibilità di giungere a verità certe -, difatti la conoscenza sugli dei rimane in sospeso.
Secondo l’autore, se tale questione non viene risolta, l’umanità si dibatterà in uno stato di estrema confusione e totale ignoranza.
Successivamente, Cicerone pone l’accento sulle diverse teorie filosofiche:
- Epicureismo: secondo Epicuro gli dei non hanno niente da spartire con gli uomini. Essi vivono placidamente, difatti né si disperano né gioiscono. Gli dei vivono negli intermondi, ossia lo spazio vuoto tra un mondo e l’altro. Quest’ultimo viene definito chaos: abisso sconfinato. Ribadire tale distanza è fondamentale poiché in tal modo Epicuro elimina uno dei timori che attanaglia l’uomo. Egli potrà agire liberamente senza aver bisogno di offerte votive o prostrazioni. A differenza degli stoici, secondo Epicuro il mondo risulta dal gioco degli atomi, ossia dal caso, che dà vita a numerose combinazioni. L’universo è eterno e casuale, pertanto non vi è alcun tipo di finalismo.
- Stoicismo: gli stoici rifiutano la divinità in forma individuale. Si servono del termine logos - parola, linguaggio e ragione - per rappresentare la divinità del cosmo. Tale concezione è una forma di pananteismo, difatti la divinità non è altro che la razionalità del cosmo nel suo insieme. Secondo Zenone, fondatore della scuola stoica, essa si scorge nella perfezione matematica e nella certezza dei movimenti degli astri.
Cicerone, infine, avanza una marcata preoccupazione inerente all’ordine politico. Difatti, l’incrinarsi della religione comporta un disgregamento dei rapporti. Parlare degli dei è uno sfiorare questioni che toccano la tradizione e l’assetto sociale.
Cicerone cita il nome di Carneade - suo maestro - ponendo l’accento sul probabilismo, ossia il mondo composto da probabilità. Quest’ultimo mette in discussione il logos, criticando sia gli stoici sia gli epicurei. Il mondo non è solamente razionalità, difatti vi è sia sofferenza sia gioia.
Tale pensiero viene definito eclettico, ossia la coordinazione armoniosa di alcune dottrine filosofiche.
Prende la parola Velleio
Incitato da Caio Cotta, Velleio riprese il discorso criticando la Provvidenza degli stoici e il Timeo platonico. Egli si domanda quali strumenti siano stati usati per gettare le fondamenta del mondo, chi ne furono gli esecutori materiali e in che modo i quattro elementi poterono sottomettersi alla volontà dell’architetto.
Velleio cita il Timeo poiché ritiene sia stato la causa portante dello stoicismo. Difatti, la perfezione citata da Platone diviene conferma del logos del mondo.
Il discorso di Velleio diverrà satirico. Ricorda l’epicureo: è del tutto insensato pensare che il divino artefice - logos o demiurgo - sia una divinità impersonale ovunque presente. Poiché l’uomo non è altro che un ninnolo, è impensabile che abbiano inventato le nostre piccolezze per divertimento.
Difatti, la perfezione divina è radicalmente altro rispetto alle vicende umane. L’epicureo rovescia un argomento particolare agli stoici: il mondo non è armonia e felicità.
Mentre per gli stoici le catastrofi naturali hanno un significato positivo poiché dalla morte scaturisce la vita - inondazione o periodo di siccità -, secondo Velleio il mondo è caratterizzato da sconfitte secche e dolore.
Pertanto, se le divinità fossero presenti nel nostro mondo, tormente e calamità diverrebbero parte integrante del loro essere.
Con queste parole si chiude il discorso critico di Velleio.
Tesi centrali dell’epicureismo
Il discorso di Velleio muta, si passa alla parte propositiva durante la quale vengono esposte le tesi centrali di Epicuro.
Velleio pone l’accento sulla prolempsin, cardine fondamentale della filosofia epicurea. Essa non è altro che un’anticipata rappresentazione mentale, una premonizione.
Secondo Epicuro, il conoscere è fatto materiale: gli atomi, o simulacri idoli, distaccatisi dagli oggetti, si imprimono nell’occhio.
Difatti, il solo fatto che gli uomini hanno una qualche percezione della divinità, prova l’esistenza degli dei.
Nel paragrafo 44 parla Cicerone.
Quest’ultimo conferma la tesi di Epicuro, ponendo l’accento su un’ulteriore prolempsin, ossia l’eterna felicità.
Eterna felicità
Proprio come la conoscenza, il concetto dell’eterna felicità viene scolpito nelle menti degli uomini. Difatti, gli dei non possono provare né benevolenza né turbamento: tali emozioni esprimono debolezza.
Poiché esse scaturiscono dalla mancanza, gli dei non possono parteciparvi. Non possono avere passioni o affetti.
La gioia eterna degli dei è pienezza di se stessi: sono pieni della convinzione di perfezione. Si dilettano della propria potenza.
Proprio per tale motivo, secondo Epicuro.
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