La cultura ateniese: da Solone a Socrate
Estrema arretratezza
All'inizio del VI secolo a.C., Atene si trovava in una situazione di estrema arretratezza. Poco più che un borgo irrilevante, i grandi centri della Magna Grecia erano rappresentati da Siracusa e Taranto. La terra era divisa fra stirpi aristocratiche autonome e indipendenti che governavano la regione mediante accordi precari fra i capi-famiglia. Accanto a esse, viveva nella regione una moltitudine di piccoli e medi agricoltori, proprietari dei campi.
In questa situazione si determinò una profonda crisi economico-sociale. La mancanza di attività urbane e commerciali - Atene era sprovvista di una flotta - e l'aumento demografico spinse i piccoli agricoltori a richiedere prestiti alimentari e monetari alle famiglie aristocratiche. Quest'ultimi trassero il massimo vantaggio, impadronendosi del raccolto e riducendo in schiavitù gli stessi debitori. Il conflitto sociale che ne derivò costrinse una parte dell'aristocrazia a compiere una scelta destinata a mutare le sorti della società ateniese.
Solone
Nel 594 a.C., venne eletto arconte della città, assumendosi le vesti di mediatore e legislatore. Poiché, in precedenza, le leggi non erano altro che mere consuetudini tradizionali tramandate a voce, Solone si assunse il compito di redigere una nuova costituzione. Occorreva, pertanto, imporre delle leggi capaci di limitare il potere e garantire i diritti di tutti i membri della società. I punti salienti furono:
- Abolizione dei prestiti o ipoteche: scomparirà la classe dei piccoli proprietari terrieri;
- Abolizione della schiavitù;
- Stabilizzazione della compagine politica: il corpo dei cittadini venne diviso in quattro classi determinate dal censo, ossia la ricchezza. Gli organi di governo furono affidati alle classi benestanti, alle quali spettava l'elezione dell'arconte.
- Uguaglianza giuridica: tutti i cittadini avevano pieno diritto di voto, pertanto partecipavano attivamente alle assemblee ed eleggevano i magistrati.
Gli aristocratici rinunciarono al dominio assoluto, accettando la nuova situazione in cui il potere si appoggiava sul consenso della comunità, in nome della quale veniva esercitato. Nonostante ciò, le riforme di Solone non si affermarono immediatamente, difatti vi furono svariate lotte civili tra il 590-589 a.C.
Tra il VI e il IV secolo a.C., ad opera di personalità aristocratiche come Clistene, Pisistrato e Pericle, la polis ateniese crebbe politicamente ed anche militarmente. Poiché la polis rappresentava la piena partecipazione dei cittadini, crebbero nuove esigenze. Grazie a un sistema di mantenimento, vennero elargiti denaro e anche cibo; inoltre, grazie al sistema delle ricompense, coloro i quali partecipavano agli oneri pubblici - assemblee - ricevevano una giusta retribuzione. Da quel momento in poi, la politica divenne il lavoro per eccellenza del cittadino.
Gli elementi chiave della crescente egemonia
- Nascita della flotta: Atene divenne centro dei traffici e scambi del mondo greco, soprattutto grazie agli schiavi;
- Sviluppo della preminenza culturale: lo sviluppo politico e storico andò di pari passo con lo sviluppo filosofico per via del quale numerosi filosofi decisero di sostare all'interno della città;
- Stranieri: i meteci, stranieri liberi privi di cittadinanza, accordavano il monopolio delle attività commerciali in cambio di una tassazione.
La cultura della politica: teatro e storia
In un contesto storico del tutto nuovo, nell’Atene vergine crebbero nuove esigenze pedagogiche. Una delle prime esigenze fu quella di riappropriarsi del patrimonio tradizionale greco, ossia il mito. Quest'ultimo doveva essere reinterpretato in funzione dei nuovi problemi della città e della sua politica. Tale funzione fu assolta dal teatro tragico, sviluppatosi intorno al V secolo a.C. La rappresentazione tragica divenne un momento centrale nella vita della comunità, ad essa partecipavano gratuitamente o a spese dello stato tutti i cittadini ateniesi. Alla tragedia venne affiancata la commedia, in cui venivano dibattuti problemi di interesse politico.
Accanto al teatro, un aspetto fondamentale della cultura venne costituito dalla storiografia, ossia una descrizione della dimensione politica in cui si svolge l’esperienza della polis. Nato intorno al 485 a.C., Gorgia, Protagora, Tucidide, fu uno dei massimi autori tragici insieme a Euripide, Sofocle ed Erodoto. Tra il IV e il IV secolo a.C., Tucidide e Senofonte composero svariate storie nella e per la città. I racconti ruotarono intorno ai problemi politici di Atene, difatti i protagonisti furono i suoi capi politici, militari e i loro avversari. Tucidide, generale dell’esercito, descrisse le guerre del Peloponneso ponendo l’accento sulla struttura delle città, l’impostazione dell’esercito ed il ruolo della popolazione.
Propria di questo ambiente è anche l’impostazione “medica”, poiché Tucidide mirò alla descrizione dell’Atene malata, alla formulazione di una diagnosi e anche di una prognosi. I suoi racconti furono certamente dedicati all’aristocrazia, alla quale spettava il compito di superare le numerose difficoltà. Per quanto concerne Senofonte, allievo di Socrate, quest’ultimo diede vita all’Anabasi. A differenza di Tucidide, Erodoto diede vita a una grande opera storiografica scritta a partire dal 440 a.C.
Le sue storie furono pensate in base a un modello enciclopedico: dinastie, storie tecniche, pregiudizi, credenze religiose. Esse riguardavano paesi allora conosciuti. Il suo fu un impianto adatto alle città commerciali, dove una storiografia simile risultava funzionale.
Sofisti
A causa della situazione politica incerta, crebbe la necessità di un gruppo dirigente capace di guidare la polis. L’utilizzo del linguaggio, ossia la retorica, divenne una capacità essenziale. A differenza della dialettica, la quale rimanda all'arte del convincere l’avversario, la retorica non è altro che l’arte del rendere un discorso seducente e convincente. In relazione a questo bisogno, a partire dalla metà del V secolo a.C., comparve ad Atene un gruppo di intellettuali che si dedicarono professionalmente alla preparazione del ceto dirigente, definiti sofisti. Di origine straniera, i sofisti vendevano un servizio in cambio di denaro. Proprio per tale motivo vennero considerati con un certo disprezzo, al pari degli attori e dei musicisti. Costituivano una classe intermedia tra cittadini e schiavi. I più celebri furono: Protagora, Gorgia, Ippia ed Antifonte.
Nacque la cultura intesa come la formazione morale, retorico-linguistica e storica dell’uomo politico soggetto e oggetto di pratiche politiche. Tipico di questo atteggiamento fu il mito del progresso descritto all’interno del dialogo platonico “Protagora”. Secondo Protagora, l’uomo si differenzia dall’animale e supera le sue naturali debolezze grazie alle tecniche rappresentate dal fuoco donato da Zeus attraverso Prometeo. Tuttavia, le tecniche non bastano a garantire la costituzione delle città, difatti è necessaria la virtù politica, quest’ultima verrà donata agli uomini dall’araldo di Zeus, Ermes.
Storicamente, l’areté apparteneva alle classi nobili e rappresentava il coraggio di comandare: proprio per tale motivo non potevano essere trasmesse al volgo. Di questa situazione è testimone la stessa lingua greca: gli aristocratici venivano definiti belli - buoni - per la consapevolezza del linguaggio e delle origine divine - e - virtù come privilegio -.
Platone
Lo stesso Platone fece riferimento alla virtù del cavallo: essa si possiede o non si possiede. Successivamente, grazie all’avvento dei sofisti, la virtù politica iniziò ad essere insegnata. Da quel momento in poi venne definita come il senso del rispetto per la legge e gli altri uomini. Il mito di Protagora trasforma le tecniche politiche - retorica - in sovrane, sancendo la supremazia dei politici e dei loro educatori-consiglieri. Nello stesso senso si muove Gorgia: gli scienziati o falliscono nel tentativo di far prevalere le proprie posizioni o, se vi riescono, è perché fanno uso della retorica. Essa è la forma di sapere più indispensabile a chiunque voglia vivere nella città.
Le riflessioni del Gorgia nascono dalla forza delle parole: “La parola è una grande dominatrice che con un corpo piccolissimo e invisibile riesce a compiere opere divine. Poiché può far cessare la paura, ispirare pietà, togliere la gioia…” Poiché, in precedenza, le filosofie ioniche riguardavano il cosmo, la natura e le divinità, solo con i sofisti il centro dell’interesse divenne l’uomo e il suo linguaggio. Proprio per tale motivo si parla di umanesimo dei sofisti.
Educazione nell’Atene del V secolo
La fioritura della storiografia e la conseguente importanza assunta dalla virtù politica rese sempre più importante la conoscenza della scrittura e della lettura. Intorno al 430 a.C., nella piazza di Atene, venne messo in vendita il primo libro. Non casualmente si trattò del libro di Anassagora il quale reputava la scienza come il prodotto delle conoscenze. Da quel momento in poi, il sapere superiore venne concesso persino alle donne e agli schiavi.
Fu proprio in questo periodo che, all’educazione superiore - divinità, storia della città - si aggiunsero la retorica e la dialettica. Quest’ultima comprendeva gli insegnamenti di eloquenza, ossia la capacità persuadere l’interlocutore e, conseguentemente, la capacità di padroneggiare il discorso. In questa pratica era implicito il rifiuto di prendere posizione.
Linguaggio, comunicazione e verità
L’aspetto retorico della comunicazione implica due tesi fortemente sostenute da Gorgia e Protagora:
- Neutralità del linguaggio rispetto ai fini e ai valori;
- Neutralità del linguaggio rispetto alla verità.
Nonostante Gorgia avesse insistito sulla potenza del linguaggio, esso rimase indifferente e totalmente dipendente dall’utente. Per quanto concerne la seconda tesi, quest’ultima venne motivata in forme diverse. Gorgia criticò l’essere degli eleatici definendo quest’ultimo come il “nulla”. Inoltre, la parola non è altro che uno strumento duttile, essa non comunica la realtà esterna. Proprio per tale motivo la comunicazione umana si svolge interamente al livello dei segni.
Quanto a Protagora, egli pose in dubbio la possibilità di una conoscenza assoluta. Secondo quest’ultimo: “L’uomo è la misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono, di quelle che non sono in quanto non sono.” Da questo punto di vista, non esistono criteri universali che consentono di discriminare la verità e la falsità delle conoscenze soggettive. Poiché ognuno sperimenta degli assiomi veritativi, Protagora conclude che “non è possibile dire il falso”.
Pertanto, i singoli discorsi devono essere misurati per la loro capacità persuasiva. Difatti, il sofista pone l’accento sul discorso doppio, ossia il metodo anti-logico delle tesi contrapposte. Vi è una conseguenza filosofica importante: la realtà è complessa e multiforme, essa è la ricchezza dell’essere umano. Infine, lavorando sulla lingua scritta, Protagora elaborò la sua grammatica e orthopeia - sintassi.
La natura, la legge e i valori
Nel corso del tempo, i sofisti non poterono fare a meno di confrontarsi con l’insieme dei problemi politico-culturali, come religione e morale. Per quanto concerne il primo punto, Protagora espresse un marcato agnosticismo e, pertanto, un marcato scetticismo. Non si può conoscere alcunché intorno agli dei, è sempre la nostra soggettività che ci porta a conclusioni diverse.
Da questa posizione agnostica, Crizia trasse conseguenze estreme. Zio di Platone, Crizia non fu propriamente un sofista. Difatti, conquistato il potere mediante il colpo di stato del 404 a.C. - diede luogo al regime dei Trenta Tirannia -, proibì l’attività dei sofisti considerandola pericolosa per il dominio oligarchico. Secondo Crizia, gli dei sono un’invenzione dei governanti poiché tale credenza trasforma il suddito in cittadino mansueto. Ammise: “Un uomo sano di senno inventò il timore degli dei, spegnendo le possibili violazioni della legge.”
Sulla scia delle tesi sofiste, Trasimaco definì la giustizia come l’utile dei potenti. Essa appare come una decorazione, un sotterfugio pedagogico. La legge non è altro che una maschera capace di rendere stabile e duraturo ciò che viene conquistato con il potere. Nonostante ciò, Protagora riconobbe la legittimità degli dei. Difatti, poiché non esistono un bene e una giustizia comuni, giusto sarà ciò che giova e appare tale alla polis.
Ippia e Antifonte
Fra la fine del quinto secolo e l’inizio del sesto, Ippia e Antifonte rovesciarono le posizioni. Se la legge e la religione derivano da una convenzione fra gli uomini, non sarà ad esse che ci si dovrà rivolgere per trovare una giusta norma. Secondo i due sofisti, tale norma è inscritta nella natura stessa dell’uomo. Essa ci impone l’amore, il rispetto, la concordia… Secondo tale tesi, la legge di natura accomuna tutti gli uomini, dai greci ai barbari. Tale tesi può essere considerata una delle prime, se non la prima, testimonianza dell’unità del genere umano. Le posizioni di Ippia e Antifonte vengono portate al limite da sofisti come Alcidamante, secondo il quale la natura non ha creato schiavi. Seppur giusta, tale posizione non ebbe seguito poiché intaccò gli equilibri della società.
Socrate
Nato ad Atene nel 470 a.C., figlio di uno scalpellino e una levatrice, Socrate fu il fautore di una nuova stagione filosofica. La sua formazione ebbe inizio con lo studio delle discipline scientifiche come geometria e astrologia. Poiché fu amico di due fra i maggiori sofisti, Crizia e Alcibiade, partecipò persino ai loro dibattiti.
Vi sono diversi elementi di comunanza:
- Questione antropologica: l’uomo e la città costituiscono il centro dell’indagine filosofica;
- L’abbandono della tradizione: il filosofo mette tali elementi in discussione;
- Vagliare le certezze/pregiudizi: tale istanza è riconducibile al metodo anti-logico di Protagora;
- Importanza data al linguaggio.
Tuttavia, vi sono delle differenze specifiche rispetto ai sofisti. La differenza principale è l’importanza data all’anima, ossia l’elemento che ci permette di interrogare noi stessi e sviluppare un senso critico. All’interno del dialogo redatto da Platone, Fedone, Socrate pone l’accento sul logos - discorso - il quale non coincide con le cose né verte direttamente su di esse. Esso ne offre il significato, rendendole disponibili al dibattito e alla formazione delle decisioni.
Solamente attraverso il linguaggio, la verità si presenta all’anima. A differenza dei sofisti, Socrate definisce la virtù come una scienza. Essa deriva dal sapere, difatti occorre conoscere il bene e i problemi tecnici legati al bene della città. Proprio per tale motivo, il filosofo riprende il detto delfico “conosci te stesso”.
Quest’ultimo non dev’essere inteso come un “rispetta i tuoi limiti”, bensì come un “interroga la tua anima”. La filosofia del dubbio metodico consiste nello sbarazzarsi delle false convinzioni assunte acriticamente, in maniera tale da scoprire il bene.
Dalla connessione fra virtù, sapere, bene e anima, Socrate ricava un’altra conseguenza importante: “Nessuno commette il male volontariamente”. Pertanto, nessuno si comporterebbe in modo ingiusto se sapesse che cosa è veramente il bene per lui, poiché chiunque vuole il proprio bene. Connessa allo stesso quadro vi è la sua ignoranza, difatti il suo unico sapere consisteva nel “sapere di non sapere”. La sua filosofia contiene un accenno di scetticismo poiché il filosofo è consapevole dei limiti del suo sapere. Un’ignoranza positiva volta alla pratica della ricerca.
Metodo socratico
Socrate, inoltre, presenta le sue riflessioni come ispirate da un demone che, costantemente, lo sollecita. Il daimon non è altro che una divinità minore, un messaggero degli dei il quale spinge il filosofo verso la retta via. Socrate definisce il dialogare come una maieutica, ossia l’arte della levatrice. Autoproclamatosi sterile, Socrate aiuta i propri allievi a sbarazzarsi delle false convinzioni, portando alla nascita della verità.
Essa fu accompagnata dall’utilizzo dell’ironia, ossia della dissimulazione. Il filosofo fingeva di non sapere, dissimulando le certezze altrui. Proprio per tale motivo definì se stesso come una “torpedine marina”, essa provoca delle scosse tali da intorpidire e ammutolire l’interlocutore.
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