Riassunti per paragrafi (Storia della scuola e delle istituzioni educative)
La storia della scuola e delle istituzioni educative è molto legata alla storia della pedagogia, inoltre tiene molto conto dei vissuti degli alunni e dei maestri, di coloro che hanno vissuto la scuola in una determinata maniera, ponendo come altra fonte da cui studiare i loro diari, i quaderni (dove si può notare l’operato dell’insegnante, la correzione degli esercizi e di conseguenza anche la valutazione) e anche i film, che raccontano il contesto della scuola di quel tempo.
Il libro “La scuola per tutti gli italiani, l’istruzione di base tra Stato e società dal primo Ottocento ad oggi” di professor Di Pol è composto da 7 capitoli in cui sono descritti, per l’appunto, gli avvenimenti riguardanti la storia della scuola dal periodo della Restaurazione degli stati preunitari, con il Congresso di Vienna, fino ad oggi.
1 capitolo. L’introduzione popolare negli Stati preunitari tra Restaurazione e Unificazione
1.1 L’istruzione popolare negli Stati preunitari tra Restaurazione e Unificazione
Il libro parte dalla Restaurazione perché, dopo l’unità, quando i Savoia incorporeranno il resto degli stati italiani, la normativa scolastica del regno di Sardegna verrà estesa a tutta Italia.
Per capire la legislazione scolastica degli stati prima dell’Unità d’Italia, bisogna capire che l’800 è stato caratterizzato dalla Rivoluzione francese guidata da Napoleone, dove appunto vennero spodestate tutte le monarchie; con il Congresso di Vienna (1815) tutto ciò che aveva fatto Napoleone viene annullato e quest’ultime vengono ripristinate e così anche il primato dello Stato su tutti i settori, anche quello scolastico.
La scuola nei decenni precedenti difatti aveva avuto un ruolo decisivo nella politica, così lo stato inizia a controllarla di più, monopolizzandola e affidandola alla Chiesa, in modo tale anche da attenuare lo scontro tra Chiesa e Stato e formare un popolo basato sul rispetto della legge e del diritto divino della Monarchia.
Questo compito viene affidato soprattutto alla Compagnia di Gesù, ricostruita da Pio VII nel 1814, la quale pone come fondamento essenziale dell’educazione la dottrina cattolica e la pratica della vita cristiana dentro e fuori dalle mura scolastiche.
1.2 Regno delle Due Sicilie
Nel 1815 il governo delle scuole del Regno delle Due Sicilie venne affidato al ministero dell’interno, con un’apposita commissione che doveva occuparsi di dirigere le istituzioni scolastiche.
Con il decreto del 1816 il sovrano Ferdinando I riaffermò l’indirizzo centralistico e monopolistico della politica scolastica perseguita dal governo, affidando sempre ai vescovi e ai parroci il compito di vigilare sull’istruzione e sull’educazione morale e religiosa, dando loro il compito anche di nominare gli insegnanti.
Questo avvenne sia per una ragione politica, poiché i vescovi vengono scelti dal sovrano, secondo il Concordato stipulato con la Santa Sede il 16 febbraio 1818, sia per una ragione economica e per via della mancanza di personale laico adatto al ruolo.
Durante il periodo della Restaurazione il Regno delle Due Sicilie prestò molta attenzione all’istruzione popolare attraverso un aumento del numero delle scuole primarie e l’introduzione di nuovi metodi didattici, come per esempio il metodo Lancasteriano, con il mutuo insegnamento, dove il maestro insegnava ad alcuni bambini, i più grandi, che poi dovevano insegnare a loro volta i contenuti della lezione ad altri bambini più piccoli.
Questi progressi però vennero brutalmente bloccati dopo i moti rivoluzionari del 1820-21, facendo allontanare dalla scuola molti insegnanti sospettati di portare avanti idee liberali, facendo chiudere le scuole di mutuo insegnamento, e causando l’inizio di un forte decadimento dell’istruzione popolare.
Con il nuovo sovrano, Ferdinando II, l’istruzione subì un ulteriore degrado, dovuto all’indifferenza nei confronti dell’istruzione popolare, alla continua delega ai parroci di insegnare nelle scuole primarie e alla chiusura di molte scuole primarie per motivi economici, per lo più scuole femminili.
Con il Decreto del 10 gennaio 1843 il sovrano affidò la completa gestione dell’istruzione primaria al Clero.
Dopo i moti rivoluzionari del 1848 il governo riprese in mano la gestione delle scuole, creando il Ministero della Pubblica Istruzione, riunito poi con quello degli Affari ecclesiastici un anno dopo, l’insegnamento nelle scuole primarie venne affidato esclusivamente ai parroci e per le scuole femminili solo alle congregazioni religiose.
Il 90% della popolazione del Regno delle Due Sicilie restò analfabeta, questo perché la delegazione della scuola ai parroci fu fallimentare.
1.3 Stato della Chiesa
L’ordinamento del sistema scolastico dello Stato Pontificio venne invece regolato dalla Costituzione Quod divina sapientia omnes docet, emanata da Papa Leone XII.
Essa era articolata in 27 titoli, di cui 25 dedicati all’istruzione superiore e 309 articoli.
Il regolamento riorganizzava il sistema scolastico dello Stato, aumentando il controllo di quest’ultimo sulla scuola, stabiliva le autorità anteposte al governo della scuola e regolava gli studi universitari, le scuole comunali, quelle private e quelle delle congregazioni religiose, con la finalità di applicare il principio di uniformità sia sulle scuole statali che su quelle gestite dalle corporazioni cattoliche.
Durante questo periodo nacque la Santa Congregazione degli Studi, un organismo centrale che si occupava del coordinamento del sistema scolastico educativo e della vigilanza di tutte le scuole presenti nello Stato Pontificio.
Nel 1825 quest’ultima emanò un Regolamento generale per le scuole elementari private, vennero prescritte alcune norme legate alla didattica, al controllo dei vescovi sulla scuola ecc., in questo regolamento si cercò di cambiare la programmazione delle scuole, istituendo l’obbligo di insegnare determinate materie, tra le quali il catechismo e il latino; mentre nelle scuole femminili le maestre dovevano insegnare unicamente la dottrina cristiana e i lavori donneschi, per insegnare anche a leggere e a scrivere dovevano ottenere una speciale approvazione.
Alle scuole primarie e secondarie rette dagli ordini religiosi, nel 1824 venne riconosciuta autonomia organizzativa e didattica.
Tutti i maestri delle scuole pubbliche o private ad inizio anno dovevano fare la professione di fede dinanzi al vescovo o ad un suo delegato.
La regolarità nel compimento dei doveri religiosi era un requisito necessario per continuare gli studi, gli studenti che non adempievano ai loro doveri religiosi difatti potevano essere cacciati dalla scuola.
1.4 Granducato di Toscana
Il Granducato di Toscana propose invece un modello molto meno centralistico rispetto agli altri stati, il sistema scolastico venne riorganizzato con il decreto del 30 novembre del 1816, con la Soprintendenza agli studi che aveva il compito di esercitare il controllo dello Stato sulle Università di Pisa e Siena e sulle scuole secondarie.
Il 4 giugno 1848 fu istituito il ministero della Pubblica istruzione.
Leopoldo secondo con motu proprio del 28 novembre 1846, istituì una commissione formata da laici e da esponenti del clero per preparare un piano di riforma delle scuole pubbliche e private di ogni grado.
Il 10 giugno 1852 fu emanata una legge che diede vita in Toscana a un sistema scolastico aperto e liberale, favorendo la nascita di molte scuole private, sia primarie che secondarie, il cui insegnamento era basato sulla dottrina e sulla morale cattolica.
La legge distingueva le scuole in pubbliche e private, le prime erano quelle gestite e finanziate dallo Stato, da enti pubblici e collegi delle scuole pie o di altre congregazioni, purché si adeguassero alle direttive scolastiche dello Stato.
L'insegnamento privato era dichiarato libero, però il governo doveva controllare l'integrità delle dottrine e la costumatezza degli insegnanti.
Ai vescovi era affidato invece il controllo sulla parte religiosa.
Le scuole erano distinte in minori da istituirsi in tutti i comuni e a loro carico; secondarie, da istituirsi nei comuni con più di 4000 abitanti e maggiori (ginnasi e licei).
In tutte le scuole, minori, pubbliche e private era impartito l'insegnamento del catechismo su testi approvati dal vescovo della diocesi, lettura e scrittura aritmetica teorico-pratica e il sistema di pesi, misure, monete del granducato.
Nelle scuole secondarie l'insegnamento era diviso in 2 gradi, nel primo erano riprese le stesse materie delle scuole minori, nel secondo si insegnava calligrafia, aritmetica teorico-pratica, geometria elementare, disegno geometrico, grammatica italiana e storia sacra e profana e elementi di geografia.
L'insegnamento religioso era impartito da un ecclesiastico, scelto dal vescovo, che aveva anche l'incarico di affiancare il direttore della scuola nel mantenimento della disciplina e vigilare sulla condotta morale degli alunni.
La laicità, almeno parziale, del sistema scolastico pubblico garantiva i diritti degli alunni acattolici attraverso la possibile richiesta di esonero dall'insegnamento religioso.
I rapporti tra la Chiesa Toscana e il governo dei Lorena permise su tutto il territorio del Granducato la diffusione di numerose scuole elementari, in particolare le scuole pie degli scolopi.
Il modello educativo si fece sentire anche nel settore dell'istruzione femminile, dove, nonostante l'impegno di alcune congregazioni religiose femminili, il progresso quantitativo e qualitativo rimase limitato ad iniziative più di carattere assistenziale.
1.5 Regno lombardo-veneto
Nel 1815 l’imperatore d’Austria Francesco I eresse in Regno le province lombarde e quelle venete, ma inglobandole all’interno dell’Impero austriaco, così che la Lombardia e il Veneto costituirono in realtà non uno Stato autonomo, ma due province direttamente amministrate dal governo di Vienna.
Inoltre, la politica scolastica del nuovo regno si pose in continuità con quella del periodo teresiano-giuseppino del secolo precedente, che nei territori lombardi governati dall’Austria aveva raggiunto livelli di eccellenza sia nell’istruzione superiore, sia in quella popolare.
La legislazione scolastica del nuovo regno da un lato riprodusse il centralismo amministrativo-burocratico del governo austriaco e dall’altro delegò gran parte del ruolo direttivo e ispettivo sulle scuole all’episcopato e al clero locale.
Il Regolamento del 1818 riordinò il primo ciclo dell’istruzione, il sistema prevedeva una scuola elementare di grado minore che aveva la durata di due anni, poi delle scuole elementari di grado maggiore, le quali duravano 3-4 anni e poi delle scuole tecniche o reali.
Prevedeva che d’ovunque ci fosse una Parrocchia il comune dovesse formare una scuola, le quali dovevano essere mantenute da quest’ultimi.
Le scuole maggiori si trovavano invece nelle città, dove si approfondivano le materie studiate in precedenza, ed erano a carico dello Stato, il percorso quindi poteva continuare o nelle scuole tecniche o reali (commercio), oppure attraverso una formazione classica per poi andare all’Università, le quali erano essenzialmente due, quella di Padova e quella di Pavia, (6 anni di ginnasio, un quadriennio di grammatica e un biennio di retorica, il liceo e poi l’università) con l’obiettivo anche morale, c’erano vari divieti da parte degli insegnanti sugli alunni, i quali dovevano seguire un determinato codice ginnasiale.
Nelle università di Padova e di Pavia esisteva anche la Facoltà di Teologia ed esisteva in ogni facoltà una cattedra specifica di istruzione religiosa con due ore di lezione obbligatori per ogni studente.
Nel regno lombardo-veneto era previsto l’obbligo scolastico dai 6 anni ai 12 anni, difatti ci fu un’altissima scolarizzazione e conseguentemente un’alta alfabetizzazione.
Vi era una forte distinzione tra il sistema scolastico tra i bambini e le bambine, esistevano delle scuole separate con discipline diverse.
Un altro aspetto molto rilevante è che gli insegnanti venivano formati nella scuola normale (quelle in cui si insegnava il metodo didattico in cui l’insegnante insegna a più alunni contemporaneamente), le scuole erano presenti in ogni città del regno lombardo-veneto.
Per l’abilitazione bastavano 3 mesi di formazione e un anno di tirocinio, per quella maggiore altri 6 mesi di didattica e un altro anno di tirocinio, gli insegnanti erano formati sulla metodica e sul tirocinio che avveniva all’interno delle classi con dei maestri di esperienza.
Alla fine del corso vi era l’esame di abilitazione che permetteva di partecipare ai concorsi istituiti dai comuni, dopo un anno si era di ruolo.
Questi percorsi significativi oltre a dare la possibilità ai futuri insegnanti di accogliere le novità pedagogiche che venivano dall’estero, dava la possibilità ai maestri di fondere capillarmente una formazione sempre più di qualità.
L’Italia unita invece istituisce l’obbligo scolastico dai 6 ai 12 anni solo a partire dal 1904 con la legge Orlando.
1.6 Regno di Sardegna: Restaurazione e Regolamento scolastico di Carlo Felice (1822)
Il Congresso di Vienna restituì ai Savoia il Piemonte, la Liguria e la Sardegna, Vittorio Emanuele I poté tornare a Torino e nel Regno di Sardegna venne ristabilito l’ordine, anche scolastico, riprendendo le Regie Costituzioni del 1729 e i successivi Regolamenti di Carlo Emanuele III del 1772; le prime erano fondate sul controllo dello stato sulla Chiesa, in questo periodo l’attenzione del governo era soprattutto data alle università perché avevano la funzione di formare la classe dirigente, quindi non vi era molto interesse per la formazione primaria; le Regie Costituzioni sancirono la supremazia del governo sul controllo scolastico attraverso la vigilanza di tutte le scuole da parte dell’ateneo torinese, mediante la creazione dell’organo collegiale: Magistrato della riforma, presieduto dal Gran Cancelliere dell’università.
Nonostante ciò, i Regolamenti di Carlo Emanuele III, ribadirono quanto fosse importante il ruolo della Chiesa nell’istruzione, difatti essa venne coinvolta in questo processo in modo tale da formare i giovani moralmente e questo decreto rimase in vigore fino al 1822, tutto ciò avvenne però attraverso un’ottica giurisdizionalista.
Dopo i moti rivoluzionari carbonari del 1820-21, il nuovo sovrano Carlo Felice affidò a Luigi Taparelli d’Azeglio, gesuita direttore di un istituto a Novara, il compito di stendere un nuovo regolamento scolastico per il Regno di Sardegna; con le Regie patenti del 23 luglio del 1822, il sistema scolastico venne riorganizzato riaffermando la superiorità dello Stato sull’istruzione, ma al tempo stesso affidando alla Chiesa, attraverso la vigilanza dei vescovi, il controllo su tutto il sistema scolastico formativo.
Quindi le norme risistemarono tutta la formazione del regno, come la difesa della superiorità dello stato rispetto alle famiglie, i regolamenti difatti obbligavano i comuni a mantenere delle scuole elementari per i fanciulli, nonostante non ci fossero delle vere e proprie sanzioni per i comuni che non rispettassero questa norma e la frequenza delle scuole non fosse obbligatoria.
Le scuole primarie duravano solo due anni, dove si studiavano: lettura, scrittura, dottrina cristiana, elementi di lingua italiana e aritmetica.
Poi si poteva passare con un esame di ammissione alle 3 classi di latinità inferiore, a quella di grammatica, di umanità e di retorica, dopo le scuole di latinità c’era il biennio di filosofia.
Per poter insegnare si doveva fare un esame semplice, bisognava avere un attestato del vescovo che per l’appunto attestasse la mia buona morale e poi dovevo dimostrare di saper scrivere una lettera di poche righe e di saper leggere con voce forte e chiara.
L’educazione era segnata da un’istruzione confessionale, difatti, ogni scuola aveva il proprio direttore spirituale, nominato dal Magistrato della Riforma su proposta del vescovo, ad egli veniva affidata la cura religiosa degli studenti, con la facoltà di punire ed espellere coloro che disubbidivano, erano negligenti o che presentavano uno scarso impegno nelle pratiche religiose.
L’insegnamento della dottrina cristiana era materia d’esame in ogni scuola di ordine e grado e gli studenti dovevano confessarsi almeno una volta al mese e adempiere a tutti i loro compiti religiosi.
L’iniziativa di aprire nuove scuole veniva lasciata alla fine alle congregazioni religiose.
1.7 Regno di Sardegna: le riforme scolastiche carloalbertine
All'inizio degli anni 40 il governo piemontese diede avvio a un graduale processo di rinnovamento pedagogico didattico, di razionalizzazione e ristrutturazione del sistema scolastico.
Da più parti era ormai ritenuto insufficiente il precedente indirizzo politico governativo limitato alle funzioni di stimolo, di indirizzo e di controllo dell’iniziativa educativa delle comunità locali della Chiesa.
Nel clima di moderato riformismo avviato da Carlo Alberto, presero avvio una serie di iniziative promosse da circoli liberali volti a favorire la trasformazione in senso moderno della società piemontese, agendo quasi esclusivamente sul terreno dell'iniziativa sociale.
I due momenti cruciali di questa esperienza negli Stati sardi furono la Fondazione dei primi asili infantili Aportiani a partire dal 1837, (Ferrante Aporti era un pedagogista che fondò un primo asilo nella città dai 3 ai 6 anni), che proponevano un percorso educativo ai bambini e non solo custodialistica (asilo, posto sicuro), le scuole aportiane preparavano difatti il bambino alle scuole elementari minori, e l'apertura nel 1845 del
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