Parte I - Star come fenomeno sociale
Studio del fenomeno del divismo secondo la sociologia, inteso come fenomeno influente che consente ai film di esistere, e secondo la semiotica quindi star intese come fenomeno sociale che hanno significato solo perché sono all’interno del contesto filmico.
Condizioni per l’affermazione
Capitolo I - Del divismo
Francesco Alberoni (sociologo) ha considerato il fenomeno del divismo come fenomeno generale e non solo all’interno del cinema, definisce le star come persone con potere istituzionale nullo o ridotto ma il cui agire ha influenza forse maggiore dei politici. Le condizioni di base per lo sviluppo del fenomeno sono:
- Stato di diritto
- Burocrazia efficace
- Società a struttura complessa
Fattori che garantiscono che i ruoli siano giudicati secondo principi valutativi specifici e in questi le star agiscono all’interno del loro nucleo di competenza e non si “mischino” con il ruolo politico.
- Società di grandi dimensioni (star conosciute da tutti)
- Sviluppo economico superiore a quello necessario per la sopravvivenza
- Mobilità sociale (chiunque può diventare una star)
In quest’ottica il divismo è un fenomeno rilevante, elitario ma al tempo stesso nonostante i privilegi non arreca rancore e non ha accesso a posizioni istituzionali.
Nonostante i divi non abbiano un accesso diretto a ruoli istituzionali ed un significato politico diretto, non significa che siano estranei a questo mondo (posizione politica di Wayne, significato politico di Bette Davis). Anche King riprende le osservazioni di Alberoni e sostiene che le star hanno un controllo maggiore sulla rappresentazione delle persone nella società. Propone una serie di presupposti per l’affermazione del divismo:
- Produzione di surplus (produzione di beni in eccesso rispetto a quelli per la sopravvivenza)
- Tecnologia di comunicazione di massa
- Separazione tra un sistema di azione indirizzato a fini strumentali (utilità) e sistema di azione indirizzato a fini espressivi (morale)
- Separazione tra lavoro e divertimento e quindi divisione tra ruoli espressivi e strumentali
- Declino delle culture locali a favore di una cultura di massa
- Organizzazione della produzione cinematografica attorno alla produzione di beni e relativo controllo sulla produzione
- Mobilitazione sociale verso ruoli espressivi e non legati a istituzioni sacre
Con Alberoni ci sono ruoli non specifici e ruoli specifici che hanno significato politico, e con King i ruoli espressivi che, come ricorda Alberoni, non sono da considerare politicamente significativi.
Capitolo II - Produzione e consumo
Alberoni e King analizzano il fenomeno del divismo partendo dai punti indicati ma entrambi non sanno spiegare i motivi per i quali nascano proprio da questi. La questione si può affrontare, secondo Morin, con il concetto di produzione (necessità produttiva) e consumo (richiesta degli spettatori). L’azione che ha originato il divismo si deve a Carl Laemmle che diffuse la notizia della morte sotto ad un tram di Florence Lawrence (Biograph Girl) poi smentita dalla stampa. Per la prima volta una star divenne nota al pubblico attraverso un’intenzionale produzione di un’immagine divistica. La richiesta del pubblico (fenomeno di consumo) e l’iniziativa del produttore (fenomeno di produzione) si incontrano.
Le star non sono un fenomeno sempre esistito all’interno della società, era definito però nel teatro popolare e in particolare modo nel vaudeville lo star system, dove le star erano parte dello show business. L’analisi della produzione hollywoodiana ruota attorno alla produzione hollywoodiana come prodotto capitalistico e star considerate in funzione all’economia e come ruolo di manipolazione del pubblico oppure all’idea che considera Hollywood estranea ad ogni considerazione in termini di profitto e le star considerate come proprietà del mezzo cinematografico.
Le star sono considerate elementi essenziali per l’economia hollywoodiana in base agli aspetti:
- Capitali, perché intese come un capitale nelle mani delle case di produzione
- Investimento, perché rappresentano una forma di garanzia (perdita/profitto)
- Spesa, perché costituiscono la parte maggiore del budget per la produzione
- Mercato, perché le star erano usate per vendere i film e organizzare il mercato. I nomi delle star sopra al titolo del film attirano un grande pubblico, in parte organizzano il mercato perché la loro presenza è sinonimo di qualità.
L’importanza economica delle star può essere chiarita in particolari momenti della storia del cinema come lo sviluppo dello star system da parte di produttori indipendenti come Zukor, Laemmle, Warner al fine di spezzare il monopolio della MPPC. Ad esempio, la Paramount e Universal verranno proprio salvate dalla collaborazione con delle star (film di Mane West e Deanna Durbin), negli stessi anni Morin sostiene che Marilyn Monroe fu la risposta negli anni Cinquanta alla minaccia della televisione, ruolo fondamentale delle star negli anni ’30-’40-’50. L’importanza economica delle star è comunque rilevante esteticamente (presentazione è elemento centrale, come metterle in mostra).
Il successo di star e divismo è attribuito alla manipolazione del mercato con la pubblicità (motivi economici) anche se si sono sottolineati maggiormente gli aspetti etico-sociali. Lo star system implica una grande quantità di denaro, tempo ed energia ed è stato fondamentale per la costruzione di divi e divismo (pubblicità, promozione). Harris ha definito i passaggi fondamentali per la promozione di una star (Grace Kelly, Marilyn Monroe):
- Lancio pubblicitario precedente alla comparsa della star con il pretesto di una “scoperta” da parte di un’agenzia pubblicitaria
- Serie di fotografie mandate agli organi di stampa
- Prima la star appare sulle riviste di gossip e poi comparirà su riviste, quotidiani
- Apparizione della star in un programma televisivo
- Prima e durante la registrazione di un film la campagna pubblicitaria è gestita da Hollywood poi passa alla stampa pubblicitaria di NY e diventa una campagna nazionale
- Commercializzazione e adeguamento del film rispetto allo stereotipo della star pubblicizzata
Con questo meccanismo le star sono un prodotto. Morin vede nello star system una forma di capitalismo, fabbricazione delle star come elemento primordiale dell’industria del cinema, le star diventano un prodotto destinato al consumo di massa. Si pensa allo star system come manipolazione, divi e divismo esistono solo grazie al sistema che li ha creati, non sono un fenomeno di consumo dettato dalla richiesta del pubblico e non hanno consistenza e significato (tesi di Boorstin) - come la maggior parte della cultura contemporanea -, le star sono note per la fama ma non per qualche talento particolare, devono avere un aspetto definibile e pubblicizzabile su scala nazionale. Come Boorstin, anche Marcuse appoggia questa tesi che però appoggia con motivazioni più stabili. Sostiene di fatti che l’arte sia una promessa di felicità, nella società e cultura contemporanea la cultura è diventata lo specchio di uno status quo quindi l’arte è stata privata di significato e valori e risulta essere un’attrazione - luna park -. Le star possono essere considerate come il risultato di una società capitalistica avanzata. La visione del fenomeno divistico come manipolazione può essere contrastata dalle seguenti antitesi:
- Non tutte le manipolazioni funzionano (star super pubblicizzate che non ce l’hanno fatta)
- Boorstin e Marcuse analizzano le star senza badare al loro contenuto della loro immagine (divi nel contesto cinematografico e ruoli)
- Boorstin e Marcuse considerano la società come una meccanicizzazione di ruoli, la consapevolezza umana non ha nessuna funzione se non quella di essere utilizzata, la manipolazione è l’input di una reazione che produce un effetto sugli umani.
La moda è una variante manipolatoria che si colloca e vive tra l’ascesa della star - novità - e la sua uscita di scena - cosa sorpassata -, per la sua superficialità. Il divo ha come “compito” il fissare dei canoni estetici, di bellezza e realizzazione di un determinato tipo fisico (un cambiamento di stile fisico comporta un cambiamento di significato sociale).
Le motivazioni economiche e manipolatorie circa la nascita del divismo sono estranee all’ambiente cinematografico. Alcuni autori come Walker e Schickel hanno trovato nel primo piano cinematografico un ampio contributo nella creazione del divismo. Walker afferma che l’avvicinarsi della macchina da presa al volto umano ha consentito all’attore di emergere dal gruppo e di concentrarsi sulla personalità dell’attore. Schickel invece definisce la differenza tra cinema e teatro, dove il proscenio è un elemento distanziante, non ci sono primi piani - film è più intimo -.
L’importanza del primo piano è stata analizzata da Balàsz che lo ritiene un aspetto fondamentale del linguaggio cinematografico che porta alla scoperta del volto umano. Ritiene la fisionomia e la mimica le forme più soggettive di espressione di cui dispone l’uomo, forme di espressioni che diventano oggetto del primo piano. Il primo piano è un monologo senza parole nel quale l’uomo si può esprimere in modo più sincero e libero rispetto ad un monologo parlato, l’uomo non può soffocare l’espressione mimica. Balàsz ritiene il cinema un mezzo trasparente che rivela e cattura il volto e l’anima. La produzione e percezione delle espressioni però dipende da convenzioni cinematografiche (montaggio, illuminazione che può modificare l’espressione del volto), artistiche e culturali (espressioni codificate). Il primo piano rivela la personalità non mediata dell’individuo e rivela l’unicità dell’attore, un elemento centrale per l’affermazione del divismo. La differenza tra il cinema e il teatro riguarda l’interesse della stampa popolare, al tempo del melodramma, era più interessata alla politica, affari e inventori rispetto che agli attori. Morin sostiene che il divo è un prodotto cinematografico che però non ha niente a che vedere con un aspetto specifico. Il cambiamento di interesse della stampa popolare con il cinema è dovuto a venne analizzato da Lowenthal (the triumph of mass idols) secondo il quale le figure che creano il mondo - eroi di produzione - sono state sostituite con figure che godono dei frutti del mondo - eroi di consumo -. L’importanza maggiore del primo piano e la minore del cinema sono correlate al realismo e alla convinzione che il film (come la fotografia) catturi e rifletta la realtà. I divi mettono in risalto il loro personaggio ma allo stesso modo pure loro stessi.
Secondo un punto di vista molto comune ma non rispettabile, le star sono star perché sono eccezionali e meravigliose, Goldwyn sosteneva che Dio creasse le star e il compito di trovarle spettasse al produttore, secondo Jarvie (sociologo), le star sono tali per il loro talento di avere sembianze fotogeniche, abilità recitative, fascino e personalità. Haskell definisce le star come persone che in mezzo alla mediocrità emergevano e proiettavano, grazie a volontà e talento delle immagini potere emotivo. Questi “individui eccezionali” sono contrapposti alle persone che sono diventate famose grazie alla formula “tipo giusto al momento giusto”. In merito ai tipi eccezionali è necessario considerare che non tutti gli attori di talento diventano divi e che non tutti i divi hanno talento.
Se si considera il divismo dal punto di vista della produzione significa dare importanza al ruolo del regista che crea o determina l’esistenza della star. Altri pensieri attribuiscono la creazione dei divi al pubblico. Tudor ha delineato una tipologia di rapporti tra pubblico e star non basata sull’attrazione sessuale e partendo dalle osservazioni di Handel secondo le quali il pubblico sarebbe attratto da star del medesimo sesso. I quattro tipi di relazione spettatore/star sono:
- Affinità emotiva, modalità più comune, si prova simpatia per il personaggio e personalità della star;
- Auto identificazione, coinvolgimento che porta lo spettatore a porsi nella stessa situazione e persona della star;
- Imitazione, coinvolgimento più comune tra i giovani, si imitano capigliature, abbigliamento, star come modello per il pubblico;
- Proiezione, processo limitato, che va oltre l’imitazione, lo spettatore si chiede come avrebbe reagito la star nella situazione in cui si trova, risulta essere un modo per vivere la quotidianità che si costituisce a partire dal modo della star.
Dal modello di Tudor, il ruolo del pubblico nella creazione del divismo è limitato. In base alle opinioni di diversi studiosi le star sono espressione di desideri profondi, Griffith osserva che nessun meccanismo può creare una star ma si verifica nell’inconscio collettivo. Morin e Merton trattano la questione delle star sotto il punto di vista di sogno e bisogno, Morin vede le star come qualcosa che alimenta i sogni e che fissa le ossessioni, Merton invece analizzando la campagna di Kate Smith a favore delle obbligazioni di guerra, la sua personalità rappresenta la sincerità e la lega alla sensazione degli spettatori di essere costantemente manipolati.
Capitolo III - Ideologia
Le star sono rappresentazioni di persone e di conseguenza devono essere correlate alle loro idee su cosa sono le persone. Diversamente dai personaggi della narrativa, le star sono anche persone reali che esistono indipendentemente dalle loro apparizioni sullo schermo. Il pubblico credeva (forse) che i ruoli e performance della star rivelassero la sua personalità, cosa che in realtà non era visto che la personalità della star era una costruzione espressa da pubblicità, film etc. Burns evidenzia le convenzioni di performance teatrale dove l’attore rappresenta e interpreta un ruolo e quindi è un personaggio, l’attore si pone tra l’autenticità della sua vita e la vita autenticata del personaggio che sta interpretando. Ci sono star come John Wayne che fanno cadere questa autenticità di attore e personaggio e di conseguenza renderlo reale e vero e in altri casi, come con Bette Davis, il personaggio costruito può fare parte del significato della star. Le star sono conosciute come interpreti, ciò che crea tanto il personaggio che hanno costruito ma l’attenzione non è sull’essere un personaggio.
Nei primi anni del cinema i divi erano eroi, modelli e incarnazioni di ideali di comportamento per poi diventare dei modelli tipici di comportamento. Questa transizione, secondo Walker, è dovuta all’avvento del sonoro, dagli idoli generalmente non ci si aspetta che ci parlino mentre con il sonoro l’idolo si rivolge proprio a noi, la loro voce li rende delle persone reali come chi li sta guardando. Walker considera il sonoro come la de-divinizzazione delle star perché aumenta il realismo del mezzo cinematografico, Morin invece sostiene che il passaggio da “figure superiori” a figure di identificazione come conseguenza dell’imborghesimento del mezzo cinematografico, propone il 1930 come anno di svolta anche se nel sonoro vede solo parte della responsabilità. Il sonoro, l’aumento delle tematiche sociali, e la Grande Depressione che “obbliga” Hollywood a sottomettersi al lieto fine comportano maggiore realismo del mezzo cinematografico dovuto al passaggio del cinema da intrattenimento popolare (magia, fantasia, avventure) a conseguenza borghese e quindi con l’introduzione di psicologia, humor, lieto fine. I valori borghesi impedivano la tolleranza della morte dell’eroe come la mancanza di un lieto fine. Con l’imborghesimento del cinema, le star diventano una combinazione tra eccezionale e ordinario. Le prime star mantenevano la distinzione tra ideale - come dovevano essere - e status quo - come sono - mentre le star seguenti andavano a colmare le due distinzioni precedenti e quindi possono essere viste come un tipo medio diventato poi ideale.
Klapp e Lowenthal considerano il deterioramento dell’eroe come contesto del pensiero liberale e lo considerano come la conseguenza della corruzione degli ideali borghesi. Klapp riflette sulle immagini contemporanee dell’eroe: eroe che, come modello, non è molto migliore della media, il protagonista non è posto in rilievo e le qualità del buono sono facilmente una simulazione, modelli che spesso sono diversi e contraddittori. Lowenthal si basa sull’analisi di biografie di eroi della stampa popolare dove nota uno spostamento dagli ideali di una società liberale aperta a ideali che si sono adattati ad una società chiusa. Così facendo il successo non si basa sul lavoro ma sulla fortuna, non ci sono modelli da seguire ma il successo è qualcosa di accidentale. C’è una concezione dell’eroe/celebrità passiva, non c’è sviluppo e crescita. Lowenthal e Klapp scrivono in un contesto di preoccupazione del consumo dei valori liberali (individualismo e libertà) a causa dello sviluppo industriale e urbano oltre che la tendenza al conformismo.
Marcuse e Lowenthal hanno indicato i possibili modi di interpretare le funzioni ideologiche del fenomeno del divismo che servono a mantenere lo status quo. Klapp ritiene che le star possano avere una delle tre diverse relazioni in rapporto alle norme comuni: rafforzamento di una persona nei ruoli sociali, seduzione quando l’eroe non rispetta norme/leggi/convenzioni ma viene elogiato per il suo coraggio e trascendenza quando l’eroe produce un nuovo punto di vista e di conseguenza...
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