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Titolarità individuale e limiti del diritto di sciopero


La titolarità individuale del diritto di sciopero ne garantisce a tutti i lavoratori l’esercizio concreto. Spesso lo sciopero è proclamato da un’organizzazione sindacale, ma non si tratta di un requisito essenziale. In teoria anche un gruppo spontaneo di lavoratori può assumere l’iniziativa, proclamando l’astensione dal lavoro.
Nella pratica, dato che lo sciopero deve essere collettivo e concordato, spesso si preferisce affidare la proclamazione al sindacato.
Fra la proclamazione e lo sciopero non deve intercorrere un termine dilatorio, tranne nel caso in cui esso non sia prescritto dalla legge. Nello sciopero dei servizi pubblici essenziali, ad esempio, la legge 146/1990 dispone che fra la proclamazione e lo sciopero debba trascorrere un termine dilatorio di almeno 10 giorni.

Alcuni ordinamenti diversi da quello italiano distinguono fra sciopero spontaneo o selvaggio, cioè promosso da un gruppo di lavoratori, e sciopero organizzato, quindi proclamato da un ente sindacale. Questa differenza non è rilevante per il nostro ordinamento giuridico proprio per via della titolarità individuale del diritto di sciopero. Quest’ultimo, inoltre, deve rispettare determinati limiti:
- limiti interni, che ne condizionano l’estensione;
- limiti esterni, che ne influenzano le modalità di esercizio.
I limiti interni dipendono dal modo in cui si sceglie di interpretare l’art. 40 Cost. In passato i giudici tendevano a darne un’interpretazione restrittiva: erano ammesse solo le astensioni concertate e complete dal lavoro effettuate dai dipendenti di un’impresa al fine di tutelare un proprio interesse collettivo economico-professionale. Gli scioperi articolati (a singhiozzo, a scacchiera, ecc.) erano considerati illeciti perché potevano provocare un danno alla produttività dell’azienda.
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