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Stato assoluto


In teoria, il re disponeva di un potere assoluto, cioè senza limiti, pur dovendolo usare non per sé, ma per l’interesse dello Stato. Secondo la teoria della monarchia assoluta, infatti, il potere del re derivava dalla volontà (dalla “grazia”) di Dio. I sudditi, perciò, erano totalmente soggetti alla volontà del sovrano, come alla volontà divina. Tuttavia, contrariamente a quello che la formula “monarchia assoluta” potrebbe far pensare, la pratica della monarchia assoluta era diversa. Nonostante gli sforzi per imporre la propria autorità, il re aveva di fronte a sé un regno composto di tanti poteri sociali e locali (la nobiltà, il clero, le professioni, le città ecc.), refrattari all’ubbidienza assoluta. Essi, anzi, per tutto il periodo dell’assolutismo, lottarono contro il re per strappargli privilegi e migliorare così le proprie posizioni. Nei periodi di maggiore forza, il re riusciva a imporre il proprio potere personale e ridurre all’ubbidienza il suo regno. Nei periodi di debolezza, invece, il re era costretto a cedere pezzi consistenti del suo potere. Ciò che può definirsi “assoluto” non è quindi il potere personale del re, il quale fu sempre più o meno condizionato, ma piuttosto il potere dell’organizzazione politica centrale che, oltre al re, comprendeva gli alti dignitari e il Parlamento, che rappresentava le tante divisioni e i tanti interessi del regno.
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