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Servitus servitutis esse non potest


I romani si attenevano al principio, enunciato dal giurista Paolo, secondo cui «servitus servitutis esse non potest (non vi può essere una servitù di una servitù)»: tale principio, però, trova un’interpretazione più corretta tramite l’espressione «non si può costituire un diritto di usufrutto avente ad oggetto una servitù». In questo caso, però, il termine servitus viene tradotto con il sostantivo «usufrutto». Tale interpretazione è stata avanzata dal giurista Marciano, il quale operava una summa divisio tra servitù delle persone (servitutes personarum) e servitù delle cose (servitutes rerum). Poiché l’usufrutto rientra nella prima categoria, è possibile tradurre uno dei due termini «servitus o servitutis» con l’espressione «usufrutto di servitù».

Servitù positive e negative


Oggi, le servitù si distinguono in positive e negative:
- le servitù positive prevedono un pati (cioè una tolleranza). Tali servitù sono definite positive perché implicano la possibilità «positiva» per il titolare del fondo dominante di intervenire sul fondo servente, vantandone, ad esempio, la servitù di passaggio;
- le servitù negative implicano invece il non facere del proprietario del fondo servente, al quale è imposto di non fare (appunto non facere) qualcosa, ad esempio sopraelevare la propria casa poiché ciò provocherebbe un danno al fondo dominante.
Nel corso del tempo, il nostro diritto positivo ha previsto altre tipologie di servitù, come ad esempio la servitù coattiva, cioè imposta dallo Stato.

La difesa della servitù


La difesa della servitù fu realizzata attraverso un’actio in rem, chiamata «vindicatio servitutis», inizialmente con un adattamento della legge actio sacramento, successivamente la vindicatio servitutis venne denominata «actio confessoria».
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