Ominide 6530 punti

Servitus in facendo consistere nequit nel mondo romano


I romani sostenevano che «servitus in facendo consistere nequit (la servitù non può costituire in fare)»: al titolare del fondo servente non può essere imposto di fare qualcosa; egli può essere tenuto solo a non fare qualcosa al fine di procurare vantaggio al proprietario del fondo dominante (come ad esempio non coltivare la parte del terreno su cui grava una servitù di passaggio). Questo principio poteva essere derogato solo nel caso della servitù d’appoggio (servitus oneris ferendi), in cui il titolare del fondo servente, alla cui parete poteva appoggiarsi il vicino, era tenuto a mantenere in buono stato la parete: ciò implicava dunque il dover fare qualcosa e pertanto costituiva un’eccezione.
Sulla base del principio di «indivisibilità delle servitù», inoltre, si stabilì che, se all’atto costitutivo di una servitù di passaggio non fosse stata definita in maniera specifica la parte del fondo ad essa adibita, l’esercizio del diritto poteva essere applicato a tutto il fondo.
Il requisito fondamentale per l’istituzione di una servitù era la presenza di due fondi (uno dominante e uno servente) i quali necessitavano di una duplice inerenza reale: essi dovevano appartenere a due proprietari distinti. La servitù implicava dei limiti: essa era valida solo al fine di conseguire un’utilità (utilitas) per il fondo a vantaggio del quale essa era stata istituita. Secondo i romani, infatti, la servitù doveva essere utile al fondo dominante: colui che si avvaleva della servitù, dunque, non poteva abusare del diritto di cui era titolare; egli, ad esempio, non poteva attingere alla sorgente del fondo servente per irrigare un terreno diverso dal suo o per vendere l’acqua a terzi. Per questa ragione, la servitù poteva essere applicata a fondi vicini ma non necessariamente contigui.
Hai bisogno di aiuto in Diritto?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Potrebbe Interessarti
Registrati via email