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Riforma gregoriana


Nella seconda metà del XI secolo, il pontefice Niccolò II riuscì a reprimere i diffusi fenomeni di simonia e concubinato che da diversi decenni interessavano gli ambienti ecclesiastici. Egli inoltre modificò le modalità di elezione del papa, non più affidata all’aristocrazia romana ma a un collegio di vescovi cardinali.
La vera svolta fu però attuata dal pontefice Gregorio VII, il quale nel 1075 emanò il «Dictatus Papae», una raccolta di 27 proposizioni in cui confluirono gli obiettivi essenziali della cosiddetta «Riforma gregoriana», tra i quali spiccava l’esigenza di affermare la supremazia del potere pontificio (definito universale) su quello laico. Il potere di nominare, di trasferire e di deporre i vescovi doveva spettare esclusivamente alla Chiesa e al pontefice dovevano essere riconosciute prerogative analoghe a quelle dell’imperatore, come l’insindacabilità del suo operato e la possibilità di emanare sentenze inappellabili, ma persino più incisive (al pontefice doveva essere attribuita la possibilità di deporre l’imperatore e di liberare i suoi sudditi dal vincolo di fedeltà).
Quest’ultimo potere fu effettivamente utilizzato da Gregorio VII, che nel 1076 scomunicò e depose l'imperatore Enrico IV di Franconia, il quale, con atto di pubblica umiliazione di alto significato politico, si recò a Canossa per ottenere un perdono destinato a non durare a lungo: nel 1080 Gregorio VII ribadì la sua decisione ed Enrico IV, dopo aver nominato un antipapa, assediò militarmente Roma, costringendo Gregorio a fuggire a Salerno, dove morì poco dopo.
La lotta per le investiture tra pontefice e imperatore trovò una battuta d’arresto nel 1122, anno in cui l’imperatore Enrico V e il pontefice Callisto II stipularono il concordato di Worms, nel quale era stabilito il principio della doppia investitura: i poteri pastorali avrebbero potuto essere attribuiti ai vescovi esclusivamente dalla Chiesa e quelli feudali solo dall’imperatore.
In definitiva, grazie al processo messo in moto dalla riforma gregoriana, la Chiesa iniziò ad essere considerata un’autorità posta su un livello corrispondente e speculare a quello dell’Impero. Addirittura, negli ambienti ecclesiastici si affermò la linea politica della "ierocrazia" (dal greco ieròs, "sacro", e kratìa, "potere"), che propugnava il prevalere del potere religioso su quello laico-imperiale.
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