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Riforma cluniacense - Obiettivi e risultati


Al fine di rimarcare la propria primazia sul potere imperiale, durante l’età medioevale la Chiesa diffuse diversi documenti formali che attestassero la sua indiscussa autorevolezza. Essi, però, furono affiancati dal diffondersi di veri e propri «falsi ecclesiastici», di cui un esempio è costituito dalle cosiddette Pseudo-isidorianae, una raccolta di lettere pontificie per la maggior parte apocrife (inautentiche). L’accostamento di testi manipolati e inautentici a documenti formali e autorevoli accreditò il primato pontificio al vertice della gerarchia.
Tra le Pseudoisidorianae era annoverata la celebre «donazione di Costantino», attestato che documentava il presunto trasferimento dell’autorità imperiale al vescovo di Roma (in realtà mai avvenuto). Questo presupposto inesistente perpetuò nei secoli l'idea di una preminenza politica, oltre che religiosa, della Chiesa di Roma, fino al momento in cui l'umanista Lorenzo Valla, nel secolo XV, non dimostrò inequivocabilmente l’inautenticità del documento.
Per affrontare l’offensiva del potere signorile, la Chiesa non si limitò a favorire una massiccia diffusione di testi canonici, ma si avvalse anche del suo ingente patrimonio fondiario (Patrimonium Sancti Petri), grazie al quale riuscì ad estendere i propri potere giuridici e autoritativi persino ai residenti dei fondi da essa amministrati.
Ciò non impedì tuttavia all’impero di eclissare il potere ecclesiastico: la sede pontificia non esercitava alcun controllo e i vescovi erano scelti tra gli esponenti politici.
In questo panorama di profonda instabilità si ritenne sempre più necessario dar vita a un percorso di rifondazione della Chiesa capace di opporsi all'asservimento al potere laico (riforma cluniacense).
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