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Contenuti e obiettivi del Fiscal compact


L’esigenza di rafforzare l’unione economica e monetaria ha inoltre portato all’adozione di un nuovo «patto», il cosiddetto fiscal compact, per obbligare gli stati a perseguire l’equilibrio di bilancio, introducendo tale vincolo anche nel proprio ordinamento interno (l’Italia lo ha fatto nel 2012 con norma di rango costituzionale: la riforma dell’art.
81 Cost.), e obbligarli quindi a impegnativi percorsi sia di correzione dei disavanzi eccessivi sia di rientro dai debiti superiori al 60% del Pil. Questi ulteriori vincoli, a causa dell’opposizione britannica a una revisione dei trattati, sono stati oggetto di un accordo intergovernativo sottoscritto da 25 paesi Ue (il Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’unione economica e monetaria, entrato in vigore il 1o gennaio 2013). Esso impone due obiettivi in particolare: avere un deficit strutturale (non dipendente dal ciclo economico) che non superi su base annua lo 0,5%; ridurre ogni anno il debito di un ventesimo rispetto al massimo tollerato (esempio: debito 100%, differenziale 40% = riduzione pari al 2%). È altresì vero che, a fronte di progressi significativi in questa direzione e della realizzazione di riforme strutturali, nonché di eventi eccezionali (ad es. l’immigrazione), anno dopo anno i singoli governi (si pensi al caso dell’Italia), hanno ottenuto una certa flessibilità (cioè la possibilità di discostarsi temporaneamente rispetto a quegli obiettivi).
Va aggiunto che si va completando anche l’unione bancaria, il cui scopo è di salvaguardare la stabilità finanziaria della zona euro e di tutta l’Ue in caso di turbolenze provocate da eventuali fallimenti di banche. Dal novembre 2014 è operativo il meccanismo di vigilanza unico (Mvu, sotto la responsabilità della Banca centrale europea) e dal gennaio 2016 il mec-canismo di risoluzione unico (Mru), per far fronte a situazioni di dissesto attraverso un fondo finanziato dal settore bancario. Nel quadro del Mru vige la direttiva sul risanamento e la risoluzione degli enti creditizi, in base alla quale il salvataggio delle banche in dissesto deve avvenire a carico non dei contribuenti (bail-out), ma degli azionisti e creditori delle banche stesse (bail-in: direttiva 2014/59/Ue, attuata con d.lgs. 180/2015 e d.lgs. 181/2015).
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