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La retribuzione variabile nel lavoro pubblico


Nel lavoro pubblico, i compensi variabili sono corrisposti in funzione della produttività che caratterizza le performance individuali dei dipendenti. In pratica, però, questo criterio è osservato soltanto per il dirigente pubblico, al quale la retribuzione di risultato è corrisposta a seguito della valutazione delle prestazioni da lui svolte.

In particolare, i dirigenti che non vigilano sul rispetto degli standard quantitativi e qualitativi dell’azione amministrativa sono soggetti a una detrazione automatica della retribuzione di risultato.
Nel 2017, il cosiddetto «Decreto Brunetta» ha evidenziato la necessità di valorizzare il merito e incentivare la produttività di tutti i dipendenti pubblici, non solo dei dirigenti. Per raggiungere questo obiettivo, il decreto ha previsto la presenza, in ciascuna amministrazione, di organismi indipendenti di valutazione (OIV) chiamati a esprimere un giudizio sull’efficacia e la produttività delle prestazioni lavorative svolte dai dipendenti pubblici. L’obiettivo di questo meccanismo, non ancora in funzione, è differenziare le retribuzioni a seconda dell’effettivo risultato raggiunto dai lavoratori.
Originariamente, il decreto Brunetta aveva previsto la ripartizione del personale dirigenziale e non in graduatorie e fasce di merito, a seconda dei livelli di performance, in modo che a ogni fascia corrispondesse un premio retributivo; le pubbliche amministrazioni, però, hanno respinto questo modello, demandando ai contratti collettivi nazionali il compito di stabilire la quota delle risorse effettivamente destinate a remunerare le performance dei singoli dipendenti.
I CCNL sono anche tenuti a fissare i criteri idonei a garantire che, alla diversificazione dei giudizi, corrisponda una effettiva diversificazione dei trattamenti economici correlati. Per i dirigenti il criterio di attribuzione dei premi è applicato con riferimento alla retribuzione di risultato. Sarà da verificare il funzionamento di questo nuovo assetto. L’esperienza giustifica qualunque tipo di scetticismo, in misura direttamente proporzionale all’altisonanza delle parole usate dalle normative.
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