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Pretium nel mondo romano


I sabiniani ritenevano che fosse possibile far rientrare nell’ambito della compravendita anche lo scambio di cosa con cosa, ove il pretium era rappresentato da un bene diverso dal denaro; i proculiani, invece, sostenevano che tale ipotesi configurasse una permuta, poiché, come scrisse il giurista Paolo, «se si ammettesse un caso come questo nel novero dei contratti di compravendita non sarebbe possibile capire chi sia il venditore e il compratore, dal momento che entrambi trasferiscono la proprietà di un bene». Comprendere le suddette posizioni, però, era fondamentale perché compratore e venditore avevano obblighi e tutele diverse. L’opinione dei proculiani divenne prevalente per cui, alla fine, lo scambio di cosa con cosa rientrò nell’ambito dei contratti innominati e fu definito «permuta». Tuttavia, i sabiniani avevano impostato la loro ipotesi su un caso molto particolare, quella della cosiddetta «res venalis», cioè della cosa chiaramente posta in vendita, per la quale non vi è dubbio su chi possa essere compratore e chi venditore. In tal caso, dunque, l’obiezione dei proculiani non poteva sussistere. Sebbene si configurò solo come dottrina minore, la posizione dei sabiniani fu adottata dall’imperatore Gordiano.
Infine, è fondamentale precisare che il pretium doveva essere certo e non poteva essere rimesso all’arbitrium di un terzo, sebbene quest’ultima ipotesi fu avvalorata da alcuni giuristi romani. Giustiniano decretò che si potesse rimettere l’arbitrium del pretium a un terzo qualora le due parti fossero d’accordo. In generale, l’imperatore Giustiniano risolse molte controversie vigenti tra i giuristi romani, tramite le cosiddette «quinquaginta decisiones». Una di tali controversie era la cosiddetta «laesio enormis», la quale sussisteva nel caso in cui un fondo venisse venduto a meno della metà del suo prezzo effettivo. Tale ipotesi si verificava quando un cittadino eminente (potens) costringeva, tramite minaccia operata da bravi, un contadino a cedergli a un prezzo esiguo un fondo agricolo. Giustiniano decretò che in tal caso potesse avvenire la recessione del contratto, a meno che il compratore non si impegnasse a pagare il prezzo effettivo.
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