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Nascita dei diritti politici


I diritti politici vengono definiti «libertà nello stato» poiché attengono al modo in cui un individuo partecipa alla formazione collettiva della comunità di cui è membro integrante. Il principale diritto politico è il diritto di voto. Esso, affiancato al diritto di riunione e di manifestazione, si configura come diritto strumentale tramite cui giungere alla creazione di un dibattito che possa determinare l’espressione di un voto più consapevole. Sulla scia della tradizione inglese e francese, si consolidò l’idea secondo cui il diritto di voto è fondamentale per costruire le assemblee parlamentari. La ciclica innovazione delle assemblee tramite l’elezione dei rappresentanti consente infatti alla popolazione di esprimersi in merito al loro operato.
Il diritto di voto garantito in età liberale non era analogo a quello esprimibile oggi. I diritti politici, infatti, trovarono una lenta e graduale affermazione. A quel tempo, infatti, erano chiamati al voto esclusivamente coloro che avevano un certo reddito (elevato). Tale disposizione scaturiva dall’idea secondo cui solo chi vantava un alto status di benessere era in grado di farsi carico in maniera ponderata degli interessi della comunità; questa concezione costituisce la cosiddetta «teoria dell’élite!.
In età liberale, pertanto, il diritto di voto coinvolgeva l’1 o il 2 percento della popolazione.
La Rivoluzione industriale e la nascita dei partiti politici di massa rappresentarono un fattore di cambiamento: l’assetto di interessi vigenti durante lo Statuto Albertino richiese un’innovazione.
Nel corso del XIX secolo la soglia del censo fu gradualmente abbassata e, con la nascita dei primi partiti di massa, si ottenne l’estensione del suffragio, che sfociò, nel 1913, alla concessione del suffragio universale maschile in Italia.
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