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Metodo giuridico basato sul commentum


Le antitetiche concezioni interpretative di cui erano fautori Iacopo da Balduini e Odofredo da un lato e Accursio dall’altro sono testimoniate da un passo del giurista francese Guido di Cumis, il quale in un frammento ha ricordato l’episodio di un suo compagno di studi che, presentatosi a discutere la laurea, fu rimandato da Accursio per aver sostenuto durante la discussione le tesi esegetiche avanzate da Iacopo Balduini.
Qualora non fosse possibile ricondurre una fattispecie a una norma simile ma non del tutto identica, i commentatori del XIII secolo, a differenza dei glossatori irneriani, non si servivano del ragionamento dialettico bensì di quello analogico di impronta aristotelica: la somiglianza tra la norma giustinianea e la fattispecie consentiva di ricondurre quest’ultima alla giurisdizione della disposizione. Mentre il ragionamento dialogico (utilizzato dai glossatori) si fondava sul distinguere, ossia sulla semplice individuazione delle distinctiones, quello analogico (proprio dei commentatori) si fondava sul quaerere, ossia sulla discussione di quaestiones emergentes e de facto inerenti alle fattispecie (distinctiones) riconducibili a disposizioni simili per analogia.
Tale passaggio permise di rendere enormemente più pratica ed estensiva l’interpretazione delle norme giustinianee. Il ragionamento analogico consentì infatti di fornire una disciplina esatta a fattispecie fino ad allora non ricomprese nell’ambito di applicazione delle norme giustinianee. Per via della sua efficacia esso riuscì a sostenere il diritto comune fino alla sua scomparsa, coincidente con l’inizio del XVIII secolo.
I principali rappresentanti del nuovo genere esegetico furono Jacques de Revigny e Pierre de Belleperche, i quali scrissero diverse lecturae al Corpus iuris civilis attenendosi a regole innovative.
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