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Materie di competenza degli enti locali


L’articolo 7 del decreto legislativo 267 del 2000 stabilisce che, nel rispetto dei principi fissati dalla legge e dallo statuto, comuni e province adottano discipline riguardanti le materie di loro competenza: ogni comune, dunque, ha la possibilità di regolamentare la disciplina delle funzioni che gli spettano.
Così come la legge regionale non può adottare una disciplina inerente a una materie riservata alla legge statale, il regolamento del comune non può adottare la disciplina di una materia affidata esclusivamente alla giurisdizione dello statuto comunale: in questo caso vige la cosiddetta «riserva di competenza statutaria».
Come sancito dall’articolo 7 del TUEL (testo unico degli enti locali), l’approvazione dello statuto comunale richiede la maggioranza dei due terzi dei componenti del consiglio comunale e, qualora essa non sia raggiunta, la maggioranza qualificata (confermata in due successive deliberazioni). Se non si raggiunge il quorum strutturale, la votazione dello statuto viene messa ripetutamente all’ordine del giorno fino al momento in cui non sarà adottata una decisione definitiva.
Configurandosi come fonti secondarie, gli statuti comunali e provinciali definiscono con i regolamenti:
- una coordinazione di tipo gerarchico dal punto di vista formale;
- un rapporto differente dal punto di vista contenutistico (in relazione ad alcune materie sono previste riserve di competenza statutarie o dimandate al regolamento).
In seguito alla riforma del titolo V, l’articolo 114 della Costituzione ha stabilito che la repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato. Interpretando il primo comma, molti studiosi hanno pensato che tale disposizione definisse il comune come l’ente base dal quale sono costruiti tutti gli altri enti. Il secondo comma, però, mette in luce un quadro diverso: i Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni sono enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni secondo i principi fissati dalla Costituzione. L’unico ente che può farsi carico delle finalità dell’intera repubblica, dunque, è lo Stato (tramite i principi fissati dalla Costituzione).
Nel secondo comma, infatti, lo Stato non è citato tra gli enti autonomi poiché esso si configura come ente «sovrano», dal quale sono costruiti tutti gli altri enti.
La riforma del titolo V del 2001, dunque, stabilisce che tutti gli statuti degli enti territoriali trovano legittimità in conformità ai principi fissati dalla Costituzione.
Non tutti i principi degli enti locali, però, sono direttamente contenuti all’interno della carta costituzionale: la disciplina degli enti locali (comunali e provinciali), ad esempio, è definita dal testo unico del 2000, e quindi non all’interno della Costituzione.
Esiste una fonte del diritto che può essere adottata sia dagli enti locali, regionali e statali: si tratta dei regolamenti (fonti secondarie). Da ciò scaturisce l’esigenza di stabilire il rapporto vigente tra i diversi tipi di regolamenti: esso è determinato dalla riserva di competenza. I regolamenti regionali, inoltre, non possono sostituirsi ai regolamenti degli enti locali relativi all’organizzazione e all’esercizio delle funzioni ad essi attribuite.
Tale concetto è consolidato dal sesto comma dell’articolo 117, il quale stabilisce che «la potestà regolamentare spetta allo Stato nelle materie di legislazione esclusiva, salva delega alle Regioni. La potestà regolamentare spetta alle Regioni in ogni altra materia».
Così come allo Stato è affidata la disciplina delle materie per cui è prevista una riserva legislativa statale sia a livello primario, sia a livello secondario; allo stesso modo le regioni disciplinano, sia a livello primario che secondario, le materie su cui vantano una riserva di competenza residuale. Questo schema, però, non può essere applicato nel caso di materie legislative concorrenti: la riforma del titolo V del 2001 ha stabilito che, in questo caso, la potestà regolamentare spetta alle regioni.
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