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Mansioni dirigenziali e progressione di carriera


Nel lavoro pubblico, le mansioni dirigenziali sono assegnate mediante un apposito provvedimento che specifica gli obiettivi da conseguire, l’oggetto e la durata dell’incarico. Questo non può essere inferiore a tre anni e superiore a cinque.
Gli incarichi sono rinnovabili previa verifica dei risultati effettivamente ottenuti dal dirigente.
Il mancato raggiungimento degli obiettivi prefissati comporta l’impossibilità di rinnovo. In casi di particolare gravità, l’amministrazione può revocare l’incarico prima della scadenza prefissata e, se sussistono i presupposti, procedere al licenziamento del dirigente.
Oltre ai dirigenti di ruolo, gli incarichi dirigenziali possono essere affidati a persone di particolare e comprovata qualificazione professionale tramite contratti a tempo determinato, la cui durata non può eccedere i tre anni e i cinque per gli incarichi di funzione dirigenziale di livello generale e per quelli di Segretario generale di Ministeri.
In generale, i dirigenti sono responsabili dell’attività amministrativa, della sua gestione e dei relativi risultati. Essi possono adottare atti e provvedimenti che impegnino l’amministrazione verso l’esterno e influenzino la gestione finanziaria e tecnica.
Come nel lavoro privato, l’inquadramento nel lavoro pubblico avviene nelle aree professionali previste dai contratti collettivi nazionali di lavoro.
L’articolo 52 del d.lgs. 165/2001 stabilisce che il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a mansioni equivalenti. La legge impone il divieto di demansionare il lavoratore pubblico senza che sussistano giustificazioni formali.
La promozione di un dipendente, dunque, può avvenire solo attraverso progressioni verticali che presuppongono l’espletamento di procedure di concorso pubblico regolarmente deliberate.
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