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Linguaggio giuridico come convenzione


La stessa cosa, detta in contesti e con modi diversi, assume differenti significati comunicativi. Il medesimo enunciato, dunque, implica risultati e significati diversi sulla base del contesto in cui esso viene collocato. Risulta quindi fondamentale circoscrivere l’ambito di intervento e il significato convenzionale del linguaggio in materia di diritto.
Lewis applica la sua definizione di convenzione anche al linguaggio, sostenendo che il significato degli enunciati sia convenzionale perché prende forma in situazioni d’interazione sociale in cui gli individui hanno interesse a coordinare le proprie azioni, usano segnali per indurre gli altri ad agire e hanno diverse modalità per coordinarsi. Questa forma d’interazione sociale, secondo Lewis, genera, a lungo andare, significati stabili in grado di rendere efficace la comunicazione tra agenti.
La natura convenzionale del linguaggio può essere spiegate anche adottando altre varianti della teoria degli atti linguistici, basata su due elementi fondamentali:
- il proferimento di un enunciato, cioè l’atto linguistico che prepone un atto o una considerazione;
- la distinzione tra significato degli enunciati e i modi in cui gli enunciati sono usati, che tiene conto dell’uso e del contesto d’uso del linguaggio.
Secondo i filosofi Searle e Vanderveken, un atto linguistico è costituito da tre elementi: contenuto proposizionale (p); forza illocutiva (f) e contesto.
Il contenuto proposizionale corrisponde all’enunciato in sé a prescindere dall’uso che se ne fa; il contesto è la situazione in cui un enunciato è collocato e, dunque, è l’elemento che ne determina il significato.
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