Ominide 17069 punti

Licenziamento collettivo


Un’azienda intenzionata a modificare la propria organizzazione strutturale ed economica può procedere al licenziamento collettivo di un gruppo di lavoratori. Il licenziamento collettivo è un istituto oggetto di particolare attenzione anche da parte del diritto unionale.
Fino agli anni settanta dello scorso secolo non esisteva alcuna normativa che disciplinasse il licenziamento collettivo.
Esisteva solo un accordo interconfederale risalente agli anni cinquanta che riconosceva ai capi sindacali un ruolo di intermediazione nel caso in cui un’impresa volesse sfoltire la manodopera.
Fatto salvo l’intervento sindacale, i licenziamenti collettivi in passato non erano sottoposti agli stessi oneri dei licenziamenti individuali. Il legislatore è intervenuto in materia soltanto negli anni 90, in seguito a diverse condanne da parte della Corte di giustizia dell’Unione europea.

Oggi, i licenziamenti collettivi trovano una giustificazione nelle esigenze aziendali.
Nel 1991, il legislatore italiano ha pubblicato la legge 223. Essa, da un lato ha recepito le direttive europee in materia di licenziamento collettivo, dall’altro ha chiarito le finalità e le funzioni degli ammortizzatori sociali.
Gli articoli 4 e 24 della legge 223/1991 prevedono due porte di accesso al licenziamento collettivo. L’impresa può accedere al licenziamento collettivo qualora voglia riorganizzare la propria struttura economica (articolo 4) oppure nell’ipotesi in cui voglia ridurre significativamente il numero dei lavoratori che appaiono in eccedenza rispetto alle esigenze dell’impresa (articolo 24).
Il licenziamento collettivo può essere anche di tipo tecnologico: l’impresa che voglia servirsi massivamente di processi produttivi avanzati dal punto di vista tecnologico (robot, bot, ecc.) può ridurre drasticamente il proprio personale.
Hai bisogno di aiuto in Diritto?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email