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Il lavoro: un diritto e un dovere


La Costituzione si occupa del lavoro fin dall'articolo 1, nella dichiarazione di apertura.
Alcuni hanno giudicato questa espressione un po' retorica e priva di significato concreto. Altri le hanno invece attribuito un valore polemico nei confronti delle costituzioni liberali dell'Ottocento, nelle quali non il lavoro ma la proprietà costituiva la base per la distinzione tra cittadini di rango superiore e cittadini di rango inferiore. Nella Costituzione, al contrario, il lavoro, e non la proprietà, deve costituire il criterio se non esclusivo almeno preponderante per il riconoscimento della dignità morale e sociale dei cittadini; in altre parole, il cittadino deve essere preso in considerazione non tanto per quello che ha, quanto per quello che fa. Questo secondo significato trova conferma nell'articolo 4 che considera il lavoro come un diritto e come un dovere per tutti i cittadini. Il riconoscimento del lavoro come un diritto impegna lo Stato a promuovere le condizioni che rendano effettivo questo diritto, e cioè a porre come obiettivo della politica economica la lotta contro la disoccupazione. Il riconoscimento del lavoro come un dovere impegna invece tutti i cittadini a svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società intera.

Da quanto detto fin qui possiamo dedurre che la Costituzione, riconoscendo la proprietà privata e la sua concentrazione nelle mani di pochi:
a. riconosce come dato di fatto l'esistenza di una classe lavoratrice non proprietaria;
b. ammette che la quantità e il prezzo della forza-lavoro acquisita dalle imprese (ossia l'occupazione e il salario) siano determinati attraverso un contratto, e quindi regolati dalle condizioni del mercato.

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