Il lavoro come diritto e come dovere

Una delle caratteristiche del feudalesimo medievale fu la rigida divisione della popolazione in classi sociali, corrispondenti al ruolo e alle funzioni svolte da uomini e donne nella società: uomini che detenevano il potere militare (bellatores), quelli che si dedicavano al culto e alla preghiera ricoprendo cariche ecclesiastiche (oratores) e, infine, quelli che con il proprio lavoro finivano col mantenere le altre due classi (laboratores).
Ciò significa che nella società medievale (e non solo in essa) al lavoro era attribuito più che altro il ruolo di 'obbligo' e di 'dovere' a cui i ceti più deboli economicamente e socialmente dovevano soggiacere, spesso in condizioni che non permettevano alcuna ascesa sociale o miglioramento di vita. È il caso dei cosiddetti "servi della gleba", i braccianti che popolavano le campagne e lavoravano la terra versandone i frutti in gran parte al signore feudale che le ricompensava con la pura e semplice sopravvivenza senza speranza di redenzione.

Non così la nostra costituzione, che attraverso l'articolo 4 (e non solo) afferma non soltanto il diritto al lavoro come condizione di realizzazione del cittadino, ma come avviene anche per altri diritti protetti dalla Carta, si impegna a promuovere azioni positive affinché il diritto al lavoro (su cui peraltro si fonda la nostra Repubblica come espresso dall'articolo 1) non resti una semplice affermazione di principio.

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