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Diverse teorie sulla disoccupazione


Lo sviluppo economico capitalistico comporta, attraverso gli investimenti e l' accumulazione, la creazione continua di posti di lavoro. Al tempo stesso, però, è proprio e soltanto in un sistema di mercato capitalistico che può comparire il fenomeno della disoccupazione. L'esistenza di disoccupazione indica una situazione di squilibrio sul mercato del lavoro tra coloro che cercano un'occupazione (offerta) e la disponibilità di posti (domanda) nelle imprese. Perché si verifica questo squilibrio? Per quanto riguarda le cause, esistono diverse spiegazioni. Gli economisti liberisti hanno sviluppato la teoria della disoccupazione da eccesso salariale. Secondo questa teoria, non esiste mercato nel quale l'offerta, qualunque essa sia, non possa essere venduta a patto di diminuirne adeguatamente il prezzo.
Anche sul mercato del lavoro, quindi, la domanda di manodopera che proviene dalle imprese varia inversamente alle variazioni del salario (o meglio, del costo del lavoro), poiché le imprese tendono a sostituire il lavoro diventato più caro con macchine: solo un basso livello salariale incentiverebbe le imprese ad assumere la manodopera eccedente. Sarebbe così l'esistenza delle organizzazioni sindacali a creare il disequilibrio: i sindacati sviluppano un potere monopolistico sul mercato del lavoro e impongono un salario contrattuale superiore a quello "di equilibrio'. Secondo gli economisti keynesiani la disoccupazione è, invece, legata al ciclo economico e dipende dal grado di utilizzazione della capacità produttiva esistente deciso dalle imprese. Questa decisione a sua volta dipende dal livello globale della domanda di merci. Si tratta allora di incrementare questa domanda (con la spesa pubblica e stimolando gli investimenti) e non di ridurre i salari: quest'ultima terapia sarebbe anzi controproducente, perché minori salari significano anche minore domanda di beni di consumo e aggravamento della recessione. Questa interpretazione si basa sulla teoria della disoccupazione da domanda. La disoccupazione è detta invece tecnologica se è il risultato di innovazioni che riducono il fabbisogno di lavoro, ed espellono i lavoratori dai processi produttivi per sostituirli con macchine. In queste condizioni (che sono oggi dominanti in molti paesi avanzati), sostenere la domanda può non essere sufficiente. Sono cioè necessarie terapie più strutturali: la creazione di posti di lavoro in nuovi settori e/o la redistribuzione del lavoro, per esempio attraverso una riduzione del tempo di lavoro individuale.
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