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Dissenso delle parti nella causa negoziale


Secondo i giuristi classici, se nell’ambito di un rapporto negoziale sussisteva dissenso fra le due parti non poteva avvenire la traditio. Questa posizione diede origine a due linee di pensiero distinte, in cui si contrapposero Giuliano e Ulpiano: Giuliano credeva che il trasferimento fosse efficace anche in caso di dissenso sulla causa; Ulpiano, invece, negava l’efficacia del trasferimento relativamente al suddetto caso.
Ciò diede origine a una diversa lettura: basandosi su alcuni passi del Digesto, Savigny affronta una fattispecie chiamata «pagamento dell’indebito (solutio in debiti)!, la quale persiste quando un soggetto paga in bona fides a un terzo ciò che in realtà non gli è dovuto. In questo caso, dice Savigny, la buona fede qualifica e legittima il passaggio di proprietà, senza che esso richieda necessariamente una iusta causa. Così come essa non è richiesta nella solutio in debiti, essa non lo è nella traditio.
La solutio in debiti, però, era stata risolta diversamente nel diritto comune: i giuristi del diritto medievale, infatti, sostenevano che nel caso della solutio in debiti vi fosse una iusta causa, la quale poteva essere sia reale che putativa (basata su ciò che si ritiene): nel caso in cui le due parti nella solutio in debiti credevano che esistesse una iusta causa, essa acquisiva efficacia per il suo valore putativo (ritenuto).
Savigny, però, riteneva che la traditio trasferisse la proprietà anche se era astratta: egli rilevava esclusivamente la volontà delle parti di trasferire la proprietà (tale concetto è espresso chiaramente nel paragrafo 929 del Be ghe be), in cui è esposto il cosiddetto «principio di astrazione» sostenuto da Savigny.
L’accademico Carlo Augusto Cannata ha mosso una severa critica a Savigny, sostenendo che lo studioso aveva tradito e travisato la concezione romana della iusta causa. Savigny, infatti, identificava la iusta causa con l’atto negoziale (la compravendita): secondo Cannata, però, la iusta causa non è rappresentata dalla compravendita, bensì dall’accordo che le parti stipulano in relazione alla causa negoziale. Tale accordo non è quello sul trasferimento della proprietà: si tratta di un ulteriore accordo, autonomo rispetto ad esso, sulla ragione (causa) del trasferimento. Savigny, dunque, identificava la iusta causa con l’atto concreto di compravendita; Cannata, invece, faceva corrispondere la giusta causa con l’accordo che le due parti stipulavano per effettuare la stipulazione (essa, pertanto, non rappresentava la compravendita in sé, ma ne costituiva la premessa funzionale).
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