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Declinazioni del governo parlamentare



Il governo parlamentare conosce declinazioni diverse. Per esempio, la forma di governo dell’Italia liberale si era evoluta verso un parlamentarismo dualista, nel quale il governo era legato dal rapporto fiduciario con la Camera dei deputati ma risultava ancora condizionato, specie in alcuni campi (come la guerra e la politica estera), dalle prerogative che il re continuava a esercitare.
Poggiava, come si diceva all’epoca, su due pilastri: parlamento e corona.
Un vero rinnovamento avrebbe comportato, di conseguenza, rafforzare la figura e il ruolo del presidente del Consiglio dei ministri, facendone un vero premier, e rafforzare il governo tutto nei suoi rapporti col Parlamento perché non fosse più alla mercé di fazioni e gruppi, ovvero alla mercé di una pluralità di partiti in continua concorrenza fra loro per quanto alleati. Si sarebbe trattato, in altre parole, di porre le basi per un parlamentarismo monista costruito sul circuito corpo elettorale- camera elettiva-esecutivo, di scegliere cioè una sola autorità di vertice e renderla forte.

Per timore di un esecutivo troppo forte, invece, i padri costituenti non fecero nessuna delle due scelte con nettezza. Una parte di loro guardava ancora al ruolo stabilizzatore del capo dello stato. Si pensava al presidente «supremo moderatore della vita pubblica» (così il liberale Aldo Bozzi), puntando su un capo dello stato che non fosse «una figura puramente rappresentativa» (così il democristiano Gaspare Ambrosini), come al contrario la immaginavano altri (nella stessa Dc, oltre a comunisti e socialisti).