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Costituzione medievale de Regalibus


In età alto-medievale, gli elementi caratterizzanti del comune (il iuramentum stretto fra le componenti sociali della città e il deferimento del potere legislativo ed esecutivo ai consoli) determinarono un cruento scontro tra comuni e impero.
Nel 1158, l’imperatore Federico Barbarossa emanò una Costituzione (atto normativo proprio del sovrano) denominato «De regalibus (sulle regalie)» mediante cui prese posizione contro l’autonomia dei comuni e impose loro una serie di diritti e doveri sulle persone e sul territorio in un’ottica limitativa.
Alla strenua resistenza dei comuni lombardi seguì nel 1162 la distruzione di Milano da parte di Federico Barbarossa, che incentivò la creazione della Lega lombarda, alla quale aderirono i comuni di Milano, Bergamo, Brescia, Bologna e Verona. Contestualmente l’imperatore privilegiò le città a lui fedeli riconoscendone l’autonomia giurisdizionale, in particolare Pisa e Genova, e ciò diede vita a uno scontro cruento tra le due fazioni, risolto solo nel 1183 con la stipulazione della pace di Costanza, la quale riconobbe ai comuni la titolarità dei poteri giurisdizionali che di fatto essi già esercitavano.
L’importanza di tale trattato risiede nella sua inclusione all’interno dei libri legales, avvenuta nella seconda metà del XIII secolo. In questo contesto i comuni si affrettarono a legittimare una carica consolare non più perpetua bensì di breve durata (annuale). All’interno del proprio statuto ogni comune stabiliva il numero dei membri del collegio consolare, composto da esponenti di diversa estrazione sociale (feudatari, artigiani, mercanti e signori). All’assemblea venne affiancato il collegio ristretto (consiglio dei savi) che aveva il compito di affiancare e consigliare i consoli. L’istituzione di tale collegio rappresentò una svolta nell’ambito del riconoscimento ai cittadini della capacità di agire: essi cominciarono a essere considerati nella loro individualità soggetti di diritto autonomi. Contrariamente a quanto spesso si sostiene, infatti, le realtà comunali non resero i cives liberi, bensì soggetti di un diritto cittadino vigente senza distinzione di status.
Il suddetto diritto vigente, esteso anche al contado circostante i territori urbani, constava del testo dei iuramenta (brevia) fondanti i comuni, delle consuetudini locali consolidate dal tempo e dall’uso e degli statuti cittadini (statuta in senso stretto) volti a garantire la quiete pubblica e la pacificazione sociale.
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