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Costituzione del Corpus iuris civilis



Il rinnovamento didattico operato dal giurista medievale Irnerio rese la scienza giuridica un’autonoma branca del sapere sia per quanto riguarda l’oggetto (la rivisitazione del diritto giustinianeo), sia per quanto riguarda l’obiettivo (quello di contestualizzare e attualizzare, attraverso l’attività esegetica, l’antico ma ancora validissimo diritto romano).

Furono proprio i giuristi medievali ad annoverare tutte le opere giustinianee sotto l’unitario Corpus iuris civilis, articolato in cinque manoscritti, di cui i primi tre occupati dai cinquanta libri del Digestum: Digestum vetus (libri 1-24); digestum infortiatum (libri 25-38); Digestum novum (libri 39-50), a cui seguivano il Codex Iustinianus (che constava dei primi nove libri del Codex originario) e il Volumen, in cui confluirono i restanti libri del Codex, i quattro libri delle Institutiones e le Novellae.
Le cinque opere nel loro insieme costituirono i Libri legales, manuali del diritto ai quali verso la fine del XII secolo venne aggiunto il testo delle consuetudini feudali raccolte nei Libri Feudorum.
Il Corpus iuris civilis era stato redatto servendosi del metodo delle glosse, il quale consentì ai giuristi di conservare il valore precettivo del complesso normativo giustinianeo e, allo stesso tempo, di adattare il testo alle istanze dei tempi nuovi. Come ha scritto lo studioso Mario Bellomo, fu proprio grazie a quest’attività esegetica che il diritto giustinianeo riuscì a convivere con gli ordinamenti giuridici particolari di ogni singola realtà territoriale (iura propria).
La convivenza tra le consuetudini delle popolazioni barbariche (iura propria) e il diritto giustinianeo ha dato vita a quel sistema che lo storico Francesco Calasso ha definito «diritto comune». Ad esso, per altro, alla fine del XII secolo sono stati aggiunti persino i libri o usus feudorum ad opera dei giuristi Ugolino de Presbiteri e Pillio da Medicina.
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