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Concezioni volontaristiche del diritto



Le concezioni volontaristiche del diritto sono state elaborate in tempi di dispotismo: nel Seicento, all'epoca delle monarchie assolute, Hobbes definiva il diritto come «ciò che il sovrano comanda», non vi trovava altro elemento di consenso se non il desiderio dell'uomo di sottoporsi ad una autorità pur di trovare la garanzia dell'ordine e della pace sociale, una difesa contro la violenza generalizzata (contro «la guerra di tutti contro tutti», diceva Hobbes).

A ridurre, il più possibile, lo scarto fra autorità e consenso sono rivolti i regimi democratici, nei quali il diritto è creato da assemblee elette a suffragio universale e periodicamente rinnovate. Qui il diritto si legittima, di fronte alla società che vi è sottoposta, in forza del consenso sociale che sorregge gli organi che lo formano.

È l'ideale che, nel Settecento, aveva animato il pensiero di Rousseau: quello di costruire un sistema politico in virtù del quale gli uomini potessero, assoggettandosi ad una autorità, «ubbidire a se stessi».
Le società democratiche del nostro tempo, pur senza raggiungerlo, si avvicinano a questo ideale: le trasformazioni che si producono nella società possono, attraverso i meccanismi della rappresentanza parlamentare, tradursi in trasformazioni del diritto; gli antagonismi che agitano la società, gli interessi delle diverse classi e dei diversi gruppi tra loro in conflitto possono trovare forme adeguate di coordinamento e di equilibrio.