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Clausola a fattispecie aperta


Nel corso degli anni settanta dello scorso secolo, l’articolo 2 della Costituzione italiana è stato interpretato come una clausola a fattispecie aperta. Lo stesso legislatore ordinario ha in più occasioni richiamato l’art. 2 quale fondamento costituzionale di nuovi diritti che si accingeva a garantire: per esempio, il diritto a ottenere la correzione anagrafica per chi abbia mutato i propri caratteri sessuali (art.
1 l. 164/1982) e il diritto dell’operatore sanitario a essere esentato da pratiche abortive (art. 9 l. 194/1978).
I diritti della personalità si affiancano ai diritti che trovano espresso riconoscimento in Costituzione, come il diritto alla capacità giuridica, il diritto alla cittadinanza, il diritto al nome (art. 22). Essi sono stati individuati in particolare – sulla base della concezione aperta dell’art. 2.

Il diritto alla vita e all’integrità fisica non è specificamente previsto in Costituzione, ma può considerarsi il primo dei diritti inviolabili dell’uomo riconosciuti dall’art. 2 (sent. 223/1996). È tutelato dalle leggi civili che consentono (e anzi incentivano) la donazione di sangue e di organi e tessuti, vietando però gli atti di disposizione del proprio corpo che cagionino una diminuzione permanente dell’integrità fisica del soggetto e che siano «altrimenti contrari alla legge, all’ordine pubblico o al buon costume» (art. 5 c.c.); nonché dalla legge penale che punisce i delitti contro la vita e l’incolumità individuale. Non si può ad esempio vendere un proprio organo: l’art. 601-bis c.p. punisce con la reclusione e pesanti multe il traffico di organi prelevati da persona vivente. Diverso è appunto il caso della donazione di organi successivamente alla morte (l. 91/1999) o, in certi casi, fra viventi (disciplinata da varie leggi in deroga all’art. 5 c.c.: l. 458/1967, l. 483/1999, l. 167/2012).
Il diritto alla vita si può implicitamente trarre anche dall’art. 27.4 Cost. che vieta la pena di morte. Con la legge cost. 1/2007 è stata eliminata l’eccezione per i casi previsti dalle leggi militari di guerra, che già erano stati aboliti dal codice penale militare con la l. 589/1994. Nell’ambito del Consiglio d’Europa, l’eccezione in tempo di guerra è stata abolita nel 2003 con l’entrata in vigore del protocollo n. 13 alla Cedu, giungendo così all’abolizione totale della pena di morte.
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