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Cino da Pistoia e Bartolo da Sassoferrato - Innovazioni giuridiche


In età rinascimentale, le intere leges giustinianee vennero sostituite dal lemma, cioè le prime parole del frammento normativo, cui seguiva l’esegesi dell’autore, che occupava l’intera pagina.
La duttile e pratica interpretazione dei commentatori d’Orléans constava di tre elementi:
- le distintiones, cioè la scomposizione di concetti generali in concetti specifici sotto forma di elenchi;
- la repetitio, cioè la riproposizione (ripetizione) in forma riassuntiva del contenuto di un singolo passo del Corpus iustinianeus. Nella ripetitio si estrinsecava il potenziale interpretativo e narrativo dei legum doctores orleanesi, i quali non ricercavano il significato di ogni singola parola contenuta nel passo, bensì la ratio legis (astratta) propria dell’intero brano, analizzato nel suo insieme;
- le quaestiones, cioè l’analisi delle singole fattispecie che dovevano essere ricondotte alle disposizioni giustinianee servendosi del ragionamento analogico.
Sulla base di questi tre elementi, i giuristi orleanesi diedero vita ai primi commentaria, la cui diffusione nella penisola italiana è stata testimoniata dallo studioso Cino da Pistoia, il quale è universalmente considerato il padre del genere italiano del commentum. Sebbene in Passato si ipotizzasse che Cino fosse un allievo di Pierre de Belleperche, è stato oggi dimostrato che egli non si recò mai in Francia. Cino da Pistoia assistette a un’unica lezione del giurista francese, tenuta a Bologna nel 1296. Allora studente, il giovane Cino ebbe modo di ascoltare il grande maestro di cui già conosceva l’opera presso piazza Santo Stefano, adibita ad aula all’aperto per l’occasione.
Cino realizzò l’esegesi del Corpus iuris civilis secondo canoni nettamente distinti da quelli propri della Magna glossa accursiana, ormai consolidata e universalmente conosciuta. L’interpretazione di Cino da Pistoia consta di cinque fasi: la suddivisione della legge nelle varie parti che la compongono; l’individuazione del casus (fattispecie concreta); l’individuazione dei notabilia (passaggi essenziali); la formulazione di quaestiones che costituivano l’oggetto del commento vero e proprio e, infine, la sussunzione del fondamento della legge in oggetto.
Gli elementi propri dell’arte commentaria vennero consolidati da due allievi di Cino da Pistoia: Bartolo da Sassoferrato e Baldo degli Ubaldi, autori di diversi commentaria al diritto civile ampiamente diffusi a partire dal 500 grazie alla nascita della stampa. Le loro opere, nelle quali si affiancano il genere del commentum, del consilium e del tractatus, definirono il ragionamento analogico attraverso i sette passaggi individuati dallo studioso Matteo Gribaldi Moffa:
1) determinare gli argomenti della trattazione (praemitto);
2) dividerli nelle loro parti costitutive e precettive (scindo);
3) proporre una sintesi del testo esaminato (summo);
4) riportare un esempio di applicazione pratica (casumque figuro);
5) rileggere il testo delucidato dalla critica (perlego);
6) giungere in questo modo alla formulazione della regola generale contenuta nella legge (connoto);
7) comprovarne la validità affiancandola a disposizioni opposte, contraria (obicio).
Bartolo, inoltre, introdusse importanti istituti come quello della figura ficta o rapresentata (persona giuridica), e Baldo fu uno dei primi giuristi a specializzarsi in utroque iurae, rappresentando la figura del cosiddetto giurista completo, pratico tanto di diritto civile quanto di diritto canonico.
L’uso del commento e il contestuale studio dei due diritti universali rese ancora più preziosi i consilia dei legum doctores, sempre più spesso chiamati per prestare consilia pro veritate.
L’insegnamento e l’applicazione dei diritti universali rispettivamente nelle università e nei tribunali fu tramandato grazie alla commentaria fino al termine del XVIII secolo, in particolare fino al 1789, anno in cui ebbe inizio l’età codicistica, dalla quale scaturì una fonte unica, eterosufficiente e non integrabile: il codice.
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