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Certezza ed equità del diritto


A partire dal XVIII secolo venne proposta l’attuazione di un procedimento di codificazione (come ad esempio la codificazione prussiana, 1794, il codice civile francese, 1804, e il codice austriaco, 1811) che garantisse la certezza e l’equità del diritto. L’idea di diritto giusto, equo e razionale fu avanzata e concretizzata dal giusnaturalismo (in particolare da Hobbes, il quale affermava: «Il diritto naturale è ragione»).
In tale ambito si cercò di capire quali norme dovessero essere codificate: in una fase iniziale si stabilì che i codici dovessero esplicitare il diritto naturale, considerato la forma più pura di diritto immutevole; nel corso del tempo, però, esso venne considerato sempre più implicito e pertanto fu esplicitato espressamente solo in relazione a casi specifici in cui la legge non si esprime a proposito del diritto naturale. A lungo andare, dunque, il diritto naturale venne reso sempre più implicito, fino a confluire nei cosiddetti diritti inalienabili. Ciò determinò una modifica dei codici a livello contenutistico. La sostanza del codice è resa evidente da un’eloquente citazione di Hobbes, il quale scrisse: «il diritto codificato è il diritto della volontà dello Stato, la quale viene messa per iscritto in maniera durevole attraverso i codici».
La codificazione del diritto limitò inoltre il potere dei giudici: in Francia e Prussia venne stabilito che, in caso di lacune legislative, essi non dovessero agire discrezionalmente ma, sulla base del principio di autointegrazione, dovessero ricercare la soluzione del caso guardando a disposizioni simili o casi analoghi; in Germania, invece, fu sancito che, in caso di lacune, il giudice dovesse interpretare la legge secondo ragione.
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