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Centralismo democratico e doppia dipendenza


Nella forma di stato socialista, le istituzioni esercitavano un potere nettamente maggiore rispetto a quanto accadeva negli stati liberali. Ciò trova le proprie motivazioni nella collettivizzazione dei beni sul piano statale. Paradossalmente, dunque, nella forma di stato in cui il potere era detenuto dal popolo, il suo esercizio era in maniera rilevante demandato a istituzioni pubbliche.
Attraverso un meccanismo di delegazione a cascata realizzato mediante la formazione dei soviet, si riuscì a istituire una forma di stato apparentemente democratica.
Le istituzioni pubbliche a cui era demandato l’esercizio del potere legislativo sottostavano al cosiddetto «principio di doppia dipendenza»: ogni organo legislativo dipendeva orizzontalmente dalla comunità di soggetti da cui i membri dell’organo sono stati scelti; verticalmente dall’organo legislativo superiore.
Come nella forma di stato autoritaria, anche in quella socialista vigeva il cosiddetto «centralismo democratico», principio secondo cui la maggioranza politica in merito a un determinato argomento esclude in maniera efficace il dibattito su opinioni minoritarie. Socialismo e autoritarismo abbandonarono dunque ogni forma di pluralismo.
A differenza del liberalismo, inoltre, le costituzioni socialiste non ponevano particolare attenzione alla libertà dei singoli in quanto tali, bensì ai loro diritti e doveri in funzione del raggiungimento del progetto sociale collettivo. Questa tendenza è stata in parte recepita anche dalla Costituzione della Repubblica italiana. L’articolo 41, ad esempio, parla di «utilità sociale» della proprietà, il cui esercizio è dunque finalizzato alla realizzazione di un progetto economico-sociale di natura collettiva.
Gli stati che aderirono al socialismo furono caratterizzati dalla continua riscrittura dei testi costituzionali. In Russia, ad esempio, si susseguirono diverse carte costituzionali: una nel 1918 (costituzione programma); poi nel 1924 (costituzione bilancio); ancora nel 1936 e infine nel 1976. A tal proposito si parla di «costituzioni sperimentali» e di «costituzionalismo dinamico».
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