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Bilanciamento fra diritto all’informazione e all’oblio


La disposizione dell’art. 2 Cost. costituisce una clausola aperta e generale di tutela del libero e integrale svolgimento della persona umana», capace di accogliere le nuove istanze provenienti dall’individuo a seguito della concreta evoluzione sociale.
Ci si può chiedere se il diritto all’identità personale comprenda anche l’interesse a ricostruire una propria identità, più coerente con un rinnovato progetto di vita, e se esista un diritto volto a tutelare la persona dalla diffusione di informazioni non più attuali, una sorta di diritto all’oblio .
È il caso di chi è stato coinvolto in un fatto disonorevole che ha avuto rilievo mediatico: le informazioni sul suo conto sono vere e all’epoca dei fatti legittimamente diffuse, nondimeno la verità del passato potrebbe ben contrastare con il presente della persona.

Secondo alcuni, la pretesa di tutela non potrebbe qui essere configurata come diritto perché contrasterebbe con la libertà di informazione tutelata dall’art. 21 Cost. I tribunali hanno invece riconosciuto tale pretesa, almeno nei casi in cui non si riscontrava più un interesse pubblico alla diffusione di informazioni su circostanze e comportamenti passati. Si opererebbe così un tentativo di bilanciare la tutela dell’identità della persona con il diritto all’informazione. Una sentenza della Corte di cassazione del 2012 ha confermato questo orientamento, affermando che deve riconoscersi al soggetto cui pertengono i dati personali oggetto di trattamento «il diritto all’oblio, e cioè al relativo controllo a tutela della propria immagine sociale, che anche quando trattasi di notizia vera, e a fortiori se di cronaca, può tradursi nella pretesa alla contestualizzazione e aggiornamento dei medesimi, e se del caso, avuto riguardo alla finalità della conservazione nell’archivio e all’interesse che la sottende, financo alla relativa cancellazione» (cass. civ., sez. III, 5 aprile 2012, n. 5525).
Bisogna altresì considerare che il valore tutelato dal diritto all’oblio sembra trovare già un parziale riconoscimento attraverso le norme che regolano il «casellario giudiziario».
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