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Autonomie periferiche e locali


Sin dai primi anni 2000, le autonomie regionali e locali subirono un susseguirsi di interventi (calati dall’alto, con le manovre finanziarie correttive anno dopo anno) nella direzione di un maggior rigore e della massima razionalizzazione nell’uso delle risorse pubbliche.
In ultimo, finalmente con qualche organicità, fu approvata la l.
7 aprile 2014, n. 56 (che porta il nome dell’allora ministro per gli affari regionali Graziano Delrio). Essa riordinava le province (già trasformate dal d.l. 201/2012 in enti non più direttamente eletti), istituiva le città metropolitane (già previste dalla l. 142/1990 e poi dall’art. 114 Cost., ma mai attuate), promuoveva le unioni e fusioni di comuni (anch’esse già previste a suo tempo, ma senza grandi risultati).
Questa legge, peraltro, era stata pensata come una soluzione ponte in attesa di una nuova revisione costituzionale del titolo V, che non si è però poi realizzata.

Per conoscere il vigente ordinamento regionale bisogna fare riferimento al testo del titolo V della Costituzione come innovato dalla l. cost. 1/1999 e dalla l. cost. 3/2001. Piuttosto che di «ordinamento regionale» si dovrebbe parlare, più correttamente, al plurale di «ordinamenti regionali»: infatti, dopo l’introduzione delle suddette riforme costituzionali, ogni regione costituisce, pur all’interno dell’ordinamento della Repubblica, un ordinamento a sé, con un livello di differenziazione che potrebbe nel tempo dilatarsi sempre di più.
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