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Ambiguità delle prerogative presidenziali



Le vicende della storia politico-istituzionale repubblicana hanno accentuato la difficoltà a ricostruire in modo convincente il ruolo di una figura, quale quella del capo dello Stato, che si può considerare strutturalmente ambigua: dovrebbe rappresentare l’unità nazionale, ma alcuni dei poteri che la Costituzione gli attribuisce sono tali da farne, all’occorrenza, uno dei protagonisti di scelte fortemente incidenti sull’indirizzo politico (dalla nomina del presidente del Consiglio e dei ministri allo scioglimento delle Camere).


Tale ambiguità si deve anche al fatto che la carta costituzionale, imponendo la controfirma per tutti gli atti presidenziali, ha rinunciato a chiarire nitidamente quali, fra i molti che il presidente adotta, sono da considerare atti suoi propri e quali invece frutto della volontà di altri organi costituzionali che egli ha il compito solo di rappresentare all’esterno (limitandosi, al più, a una funzione di mero controllo formale: il regolamento governativo da emanare è stato effettivamente deliberato dal Consiglio dei ministri nelle forme prescritte dalla legge? Il ricorso straordinario è stato effettivamente deciso secondo quanto prevede la legge?).
D’altro canto, si badi bene, anche per gli atti che più evidentemente appaiono solo formalmente presidenziali, il semplice fatto che un concorso qualsivoglia del presidente sia richiesto può portare a meccanismi informali di pressione o influenza di cui poco o nulla si sa, con scarso rispetto del principio non scritto del costituzionalismo secondo il quale potere e responsabilità devono andare insieme.
Per esempio, si è talvolta parlato anche sui giornali, ma senza riscontri ufficiali, di atti deliberati dal Consiglio dei ministri accolti al Quirinale con informali quanto fermi inviti a ripensarci.