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Purgatorio: L’incontro di Dante con Ugo Capeto

Ugo Capeto, vissuto nel X secolo, è il fondatore della dinastia capetingia, dopo l’estensione della dinastia carolingia. Dante lo incontra nella cornice V del Purgatorio, fra gli avari e i prodighi. Dante si avvicina a lui per rivolgergli, in tono insinuante, una domanda ed una promessa. Innanzitutto vorrebbe sapere il suo nome ed aggiunge la promessa di suffragi e di preghiere, accennando al privilegio che gli è stato dato di poter visitare l’oltretomba da vino. Di solito la promessa di suffragi riempie le anime di speranza, ma nei confronti di Ugo Capeto la reazione è diversa. Si dichiara pronto ad esaudire il desiderio di Dante non perché in cambio avrà delle preghiere che abbrevieranno il soggiorno nel Purgatorio, ma perché in Dante risplende la grazia divina, dato ancor in vita gli è stato permesso di visitare il regno dei morti. D’altra parte, non si aspetta nulla dai suoi discendenti vista lo malvagità a cui essi hanno ricorso nel tempo. Ed ecco che Ugo Capeto inizia la lista delle loro infamie. Occorre precisare che per gli storici moderni, i Capetingi hanno avuto il merito di unificare la Francia, ma dal punto di vista morale di Dante, essa è paragonata ad una “mala pianta” che con la sua ombra malefica intristisce tutte le terre cristiane. Infatti nel 1300, i Capetingi regnavano in Italia, in Spagna e Filippo il Bello aspirava a cingere la corona imperiale e ad asservire la Chiesa ai propri voleri. L’allusione a Filippo il Bello riveste un’importanza particolare. Con immagini solenni e misteriose, Ugo Capeto fa riferimento all’episodio dello “schiaffo” d’Anagni nei confronti di Bonifacio VIII e alla persecuzione dei Templari per motivi di cupidigia. Sappiamo che Dante fu un feroce avversario di Bonifacio VIII, tuttavia, in questo canto, egli vede nel Papa il vicario di Cristo e pertanto degno di rispetto per cui la condanna del re di Francia appare ancor più vigorosa. Dopo aver elencato i misfatti compiuti dai suoi discendenti, Ugo Capeto invoca la vendetta divina, per altro già stabilita da Dio e in tale invocazione si nota il sentimento del cristiano Dante che desidera il ristabilimento della giustizia nel mondo ed il tormento dell’esule che attende con impazienza la riparazione dei torti subiti.

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