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L’incontro di Dante con Nino Visconti


Siamo nell’Antipurgatorio e precisamente nella Valletta fiorita dove espiano le loro colpe i principi che, distratti dagli interessi terrestri, per negligenza, hanno tralasciato i doveri verso i propri sudditi e verso se stessi. E’ l’ora della sera che crea melanconia e tristezza nei naviganti e nei pellegrini che hanno lasciato gli affetti e se si ode in lontananza il suono di una campana che sembra piangere il giorno che sta morendo. Appena fatti tre passi, Dante scorge un’anima che lo guarda intensamente come per riconoscerlo e nonostante il crepuscolo riconosce un amico: Nino Visconti, giudice di Gallura in Sardegna. Egli prega il Poeta di invocare per lui i suffragi della figlia Giovanna e si lamenta che la moglie, Beatrice d’Este, non l’ami più poiché è passata ad altre nozze con Galeazzo Visconti ed aggiunge che lo stemma dei Visconti di Milano (= la vipera) che sarà posta sul suo sepolcro, non le farà tanto onore quanto le avrebbe fatto lo stemma dei Visconti di Pisa (= il gallo).
Parlando della moglie, le parole di Nino diventano accorati, desolati e tristi, soprattutto quando chiama Beatrice d’Este “sua madre” (= madre della figlia Giovanna) perché non è più degna di essere chiamata “mia moglie”. In mezzo a tanta tristezza esiste però ancora una parvenza di speranza che essa lo ami ancora (= “Non credo che...”) Successivamente, Nino Visconti da una riflessione personale passa a delle considerazioni generali quando rimprovera a tutte le donne di essere incostanti. E a questo punto i versi da tristi diventano amari e arricchiti con espressioni veriste, come quando al posto di “donna”, Nino ricorre al termine “femmina”. Nella conclusione, Nino ritorna con un pensiero affettuoso a ricordare la moglie che, nonostante tutto, non può dimenticare.
In conclusione, si può affermare che tutto il discorso di Nino non è improntato, né al rancore, né ad un sentimento di gelosia, come di solito avviene quando si è in vita. E’ come se egli osservasse la sua vita da un punto di vista superiore e con estrema malinconia, senza tuttavia esprimere giudizi negativi. Alle parole dell’amico Dante non dà alcuna risposta, ma forse il suo silenzio e molto più eloquente di qualsiasi forma di conforto.
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