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L’incontro di Dante con Pia de’ Tolomei


Nel canto V, Dante descrive il suo incontro con la terza schiera di negligenti: coloro che morirono di morte violenta e di essersi pentiti solo in punto di morte. Essi sono costretti a stare nell’Antipurgatorio tanto tempo quanto vissero girando in modo affannoso intorno al monte e cantando il “Miserere” per invocare la misericordia divina. La pena applicata è quella del contrappasso: come in vita, essi tardarono a pentirsi, così ora ritardano il tempo della loro purgazione. Fra queste anime Dante non riconosce nessuno; ad un tratto una figura di donna sporge la testa dalla schiera dei suoi compagni e gli rivolge una preghiera:
“Deh, quando tu sarai tornato al mondo,
e riposato della lunga via”
seguitò il terzo spirito al secondo,
“ricordati di me che son la Pia:
Siena mi fè; disfecemi Maremma:
salsi colui che ‘nnllata pria
disposando m’avea con la sua gemma”.
Parafrasi:
Per favore, quando sarai ritornato sulla terra, e ti sarai riposato dal lungo viaggio, prese a parlare un terzo spirito [prima di questa anima, Dante ha ascoltato la preghiera di Jacopo del Cassero e di Bonconte da Montefeltro], “ricordati di me; io sono Pia ‘de Tolomei, nacqui a Siena e morì in Maremma: in che modo morì lo sa bene colui che mi aveva offerto l’anello nunziale promettendo di prendermi in sposa”.
In soli sei versi (vv. 130-136) la donna racconta la propria vita, la sua fine tragica, e rivolge una preghiera accorata a Dante perché nella vita terrena rivolga delle preghiere a Dio per il suo suffragio. La figura della donna è molto delicata e viene offerta all’immaginazione del lettore dopo gli episodi tragici di Jacopo del Cassero e di Bonconte da Montefeltro, quasi come se Dante volesse concludere il canto V con una forma di purificazione.
Pia prova rimpianto per i giorni felici del matrimonio, ma nelle sue parole non si individua nessuna forma di odio verso l’omicida. La mano del marito assassino non viene ricordata nell’attimo in cui compie l’omicidio, bensì quando le regale l’anello, simbolo di un affetto indissolubile. Il ricordo provoca dolore che si trasforma in un singhiozzo “Salsi colui….”
Ma chi era Pia de’ Tolomei? Di lei non abbiamo notizie sicure e comunque quelle a disposizione sono contraddittorie. Pare che si tratti di una gentildonna della famiglia dei Tolomei, andata in sposa a Nello d’Inghiramo dei Pannocchieschi, vissuto fra il 1248 e il 1322. Egli l’avrebbe condotta nel castello della Pietra, nella Maremma toscana, dove dette ordine di compiere il delitto. Il movente non è chiaro; se Dante la pone fra i negligenti, cioè fra coloro che si sono pentiti nell’ultimo momento della loro vita, è probabile che essa abbia commesso atti di infedeltà o che si trattasse solo di un sospetto. Per mezzo di un servo, il marito la fece gettare da una finestra e il dirupo sul quale sorge il castello si chiama tuttora “Salto della Contessa”. Qualche critico, invece, pensa, che la donna fosse stata condotta in Maremma affinché, nella solitudine, essa fosse consumata dalle febbri malariche. Questa supposizione sembrerebbe giustificata dall’espressione “disfecemi Maremma”
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