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Canto VI


Quando si conclude il gioco della zara e i due giocatori si separano, il perdente rimane amareggiato, invece tutti gli altri se ne vanno insieme al vincitore. Tutti cercano di fermarlo, chi si attacca alla veste, chi gli tira la manica, sperando che gli venga dato qualcosa. Dante si sente in quella folla che lo circonda come colui che vince ai dadi, accerchiato continuamente da tutti perché hanno capito che non è morto. Qui in questa folla c’era Aretino che fu ucciso dalle feroci braccia di Ghino di Tacco, e c’era Guccio de Tarlati che annegò mentre dava la caccia ai nemici. Poi vede Federigo Novello che pregava, il conte Orso e Pier della Broccia, la cui anima era stata divisa dal corpo per odio e per invidia. Non appena Dante si liberò da tutte quelle anime poiché volevano che riferisse qualcosa ai loro cari o che pregassero per loro, si rivolse a Virgilio: “Mi sembra che tu neghi esplicitamente nell’Eneide che la preghiera possa cambiare la volontà di Dio e pure queste anime pregano solamente per questo, dunque la loro speranza sarebbe vana o le tue parole non sono a me ben chiare”. Virgilio risponde che il suo testo è chiaro e in quel passo dell’Eneide affermò che la preghiera non poteva riscattare il peccato, perché a quel tempo la preghiera era estranea alla grazia di Dio. Questi dubbi verranno chiariti a lui da Beatrice, al cui nome Dante riacquista tutte le forze e dice di voler proseguire più in fretta. “Guarda quell’anima che se ne sta sola, quella ci mostrerà la strada più rapida per salire sul monte”, disse Virgilio. L’anima se ne stava ferma, sdegnosa e seguiva con lo sguardo i due poeti, chiedendo loro chi fossero. Non appena Virgilio disse di essere mantovano, l’anima disse di chiamassi Sordello e che anche lui veniva da lì, poi abbracciò Virgilio.

Apostrofe all’Italia

“Ahi serva Italia, serva di dolore, nave senza nocchiere in una grande tempesta, non signora di provincia ma bordello. Ora in Italia coloro che vivono si fanno la guerra e si sbranano anche quelli che fanno parte della stessa città. Oh Italia, esamina le tue regioni sul mare e poi guarda le regioni interne, se c’è qualche piccola parte che viva felicemente in pace. A che serve che Giustiniano abbia fatto le leggi se nessuno è sul trono? Ahimè gente di chiesa che dovreste essere devota e lasciare che il re si sieda sul trono, guarda invece come questa bestia non è guidata dagli speroni dell’imperatore. Oh Alberto che hai scelto gli interessi solo della Germania e abbandoni l’Italia che è diventata selvaggia, possa cadere dal cielo una giusta punizione sopra la tua stirpe. Vieni a vedere i Montecchi e i Capuleti, i Monaldi e i Filippeschi, i primi già vinti e i secondi sono pieni di timore.. vieni a vedere la tua Roma che piange, vedova e sola, giorno e notte ti invoca. Se mi è concesso, o sommo Gesù Cristo, crocifisso per noi, è rivolto altrove il tuo sguardo? (sembra quasi che Dante bestemmi, ma poi subito si riprende). O forse stai preparando un bel futuro del tutto incomprensibile alla nostra ragione?”.

Apostrofe a Firenze

“Firenze mia tu puoi essere felice e contenta di questa digressione che non ti riguarda proprio grazie al tuo popolo che si dà da fare. Molti hanno nel cuore il sentimento della giustizia, invece i tuoi cittadini hanno sempre la giustizia sulla bocca. Molti rifiutano l’incarico ma il tuo popolo risponde anche se non viene invitato, rispondono e gridano “io me lo assumo”. Ora rallegrati perché tu sei ricca, saggia. Quante volte hai cambiato leggi, moneta, cariche pubbliche, magistratura; assomigli ad un’ammalata che non riesce a trovare pace nel letto, ma cerca di allontanare il dolore cambiando posizione”.

Commento

Sordello parla di un’Italia da sempre considerata il giardino dell’Impero, nazione che doveva dare l’esempio agli altri, che a questo punto è diventata un crogiuolo di guerre. Questo perché essa è stata abbandonata da colui che dovrebbe essere l’imperatore, Alberto d’Asburgo. Dante ci dice che guardando l’Italia dalla parte esterna fino a quella interna, non troveremo nessun paese dove c’è un po' di tranquillità e di pace. Perché è diventata come una cavalla indomita senza cavaliere. Alberto aveva abbandonato l’Italia perché pressanti e urgenti bisogni politici lo avevano chiamato insieme al padre in Germania, e quindi aveva trascurato il bel Paese. Roma viene qui identificata come una vedova sola perché è stata lasciata dal marito. Ha un momento di grande commozione Dante quando sta quasi per bestemmiare, per dire a Dio se avesse abbandonato anche lui il popolo italiano. Il poeta si rivolge poi alla sua Firenze, con grande ironia, dicendo che i cittadini parlano sempre di giustizia e sono convinti di poter risolvere il problema in poco tempo, ma non ci riescono, perché qualsiasi persona, incompetente, si sente un Marcello (che era un grande condottiero). C’è poi l’aggancio con Giustiniano, colui che fece le leggi (il corpus iuris civilis iustinanei) ispirandosi a Dio: quindi l’Italia non ha nemmeno una scusante per essere in questo caos.
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