Canto 6


Il sesto canto del Paradiso, come il sesto del Purgatorio e quello dell’Inferno, rappresenta un canto politico. Ma mentre nell’Inferno analizza tramite il colloquio con Ciacco le divisioni politiche di Firenze, e nel Purgatorio con Sordello denuncia la guerra tra le fazioni che ha provocato la decadenza politica e civile dell’Italia, nel Paradiso affronta il tema dell’istituzione imperiale e del suo ruolo provvidenziale nel mondo per mostrare come le due fazioni cerchino di appropriarsi dell’autorità imperiale per motivi di parte. Infatti l’impero romano ha ricevuto da Dio il compito di preparare un’epoca di pace in cui potesse realizzarsi la venuta di Cristo.
Dante incontra l’anima di Giustiniano, avvicinatesi ad egli già nel quinto canto, ovvero l’imperatore dell’impero romano d’Oriente tra il 527 e il 565 e celebre per la riorganizzazione delle leggi romane nella compilazione del Corpus Iuris Civilis; egli è visto da Dante come figura ideale di imperatore in quanto uomo di vera fede che attraverso una corretta azione politica e legislativa garantisce pace, stabilità e giustizia nell’impero, ponendo le basi per l’azione spirituale della Chiesa, ovvero quella di condurre gli uomini sul cammino della felicità eterna. Giustiniano ripercorre la storia dell’aquila, simbolo dell’autorità imperiale romana, dal mitico arrivo di Enea nel Lazio sino a Carlo Magno e passando in rassegna il periodo monarchico, quello repubblicano, l’inizio dell’età imperiale con Cesare e Ottaviano e le vicende legate alla nascita di Cristo sotto Tiberio, e la distruzione di Gerusalemme da parte di Tito.
Gli esempi di virtù degli eroi latini sono in contrasto con la situazione contemporanea a Dante, caratterizzata dagli scontri tra Guelfi e Ghibellini che si contendono il potere con motivazioni sbagliate cercando di piegarlo ai propri interessi di parte: Dio infatti ha reso l’aquila un sacrosanto segno degno di reverenza e né i ghibellini possono appropriarsene come insegna del loro partito, né i guelfi possono sostituirlo con i gigli di Francia. Dante dunque, attraverso le parole di Giustiniano, critica la decadenza delle istituzioni politiche del tempo, causa del disordine e dell’ingiustizia nelle quali versavano le città d’Italia.
Dopodiché Giustiniano dice a Dante che il cielo di Mercurio è la sede degli spiriti che hanno compiuto del bene altrui ma al fine di ottenere la gloria, e per questo sono ricompensati con un basso grado di beatitudine nella parte conclusiva del canto conosciamo l’anima di Romeo Villanova, ricordato da Giustiniano come ministro umile che servì in modo Giusto il conte di Provenza ricevendone in cambio calunnie e ingratitudine. In realtà nella figura di Romeo ci si ritrova Dante, calunniato dal suo popolo ed esiliato dalla sua città natale, ricavò la coscienza del suo valore morale, il significato della propria dolorosa esperienza e la decadenza del proprio tempo.
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