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Canto XV - Paradiso

Si svolge nel cielo di Marte, ove risiedono gli spiriti di coloro che combatterono e morirono per la fede.

Nel canto precedente è stato presentato e descritto il cielo di Marte e le sue anime che appaiono come rossi splendori che cantando formano una croce greca al centro della quale brilla Cristo.
Alla presenza di Dante, in questo canto, le anime ammutoliscono in modo che il poeta possa esprimere la propria preghiera.
Quest’atto suscita in Dante una riflessione che si inserisce nel dibattito contemporaneo: esplicitando l’importanza dell’intercessione dei santi in favore di chi sa pregarli con animo giusto, Dante prende posizione per la teoria sostenuta dalla Chiesa.

A questo punto una delle anime si stacca dalle altre e come una stella cadente percorre la croce fino a Dante e lo accoglie con lo stesso fervore con cui Anchise accolse Enea quando lo incontrò nei Campi Elisi (similitudine tratta dal VI libro dell’Eneide, con cui Dante rende omaggio alla sua “maggior Musa”, Virgilio, e implicitamente si paragona al suo illustre predecessore Enea ribadendo l’importanza della propria missione, proprio come lui è stato ammesso nel regno dell’oltretomba per compiere una missione assegnatagli da Dio).

Il personaggio (protagonista di un trittico di canti) è Cacciaguida che saluta Dante in latino. [Oh sangue mio, oh grazia divina infusa largamente in te, a chi come a te per due volte fu mai aperta la porta del cielo?]
Dopo queste parole Dante si concentra su di lui, per poi rivolgersi a Beatrice rimanendo stupito grazie ai suoi occhi così belli che gli fanno credere di aver raggiunto il grado più alto della sua beatitudine.
Intanto lo spirito continua a parlare ma in modo così profondo che è oltre il limite della comprensione umana. Sfogato l’ardore di affetto, il livello del suo discorso si abbassa, così che Dante possa di nuovo capirlo, e lo sente lodare Dio.
Dopodichè l’anima si rivolge al poeta esprimendogli la gioia di vedere finalmente realizzato un desiderio che lo possedeva da tanto, da quando arrivato in Paradiso potè leggere nel libro del futuro.
Con queste parole lo invita a parlare.

Dopo essersi rivolto di nuovo a Beatrice e aver ricevuto da lei un sorriso di assenso, Dante esprime la differenza che intercorre tra lui e i beati: in questi ultimi l’affetto e il senno vanno di pari passo, poiché Dio li ha illuminati; mentre nei mortali il desiderio e la capacità intellettuale sono differenti.
Chiede poi al beato di rivelargli il suo nome.

L’anima gli risponde dicendogli che è il suo capostipite e il padre di colui dal quale prende il nome la sua casata, che da più di cent’anni si trova nella prima cornice del purgatorio, Alighiero Alighieri.

Descrive poi la grandezza morale della Firenze antica, dov’egli nacque: moderata nei bisogni, onesta nei comportamenti, le donne non portavano gioielli o vestiti pregiati di nessun tipo, i padri non si preoccupavano del matrimonio della figlia in giovane età, non vi era ancora lussuria e nelle case vi erano i figli. Firenze non superava ancora Roma nel lusso, così come ora la ha superata nella decadenza.
Nomina poi alcuni personaggi della Firenze “vecchia” come Bellincione Berti, le famiglie dei Nerli e dei Vecchietti . Nella vecchia Firenze avrebbe destato meraviglia una donna scostumata o un politico corrotto quanto nella Firenze attuale ne desterebbe un uomo integro e una moglie onesta.
Questa descrizione fa rilevare quindi la marcata decadenza dei costumi privati e pubblici di Firenze.

Alla fine del canto si viene a sapere che Cacciaguida ebbe due fratelli, Moronto ed Eliseo e che sposò una donna dell’Alta Italia (una Aldighieri di Ferrara, dalla quale ebbe origine il nome Alighieri); e che Cacciaguida morì alla mercè di Corrado III di Svevia, lottando per ridare ai cristiani la Terra Santa.

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