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Canto 1 dell'Inferno


Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!

Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ ho scorte.

Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
tant’era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.

Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m’avea di paura il cor compunto,

guardai in alto e vidi le sue spalle
vestite già de’ raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle.

1-3 A metà (Nel mezzo) del corso (cammin) della nostra vita, mi ritrovai in un bosco (selva) oscuro, poiché (ché) la via giusta (diritta via) era [stata da me] perduta.

Secondo la concezione biblica e classica, la durata media e tipica della vita umana era di settant'anni: trentacinque anni ne è dunque il mezzo. Dante, nato nel 1265, aveva quest'età nel 1300: lo stesso anno del Giubileo, cioè della solenne festività proclamata dal papa, che garantisce ai fedeli il perdono di tutti i peccati (indulgenza plenaria) a patto che compiano un pellegrinaggio e un cammino di penitenza. Inoltre, come si desume da altri passi del poema, il viaggio si compie durante la settimana santa (che ricorda la passione, morte e resurrezione di Cristo, grazie alle quali l'umanità è stata salvata dal peccato). Il viaggio di Dante coincide dunque con un tempo di penitenza e di purificazione che coinvolge tutta la cristianità. La salve rappresenta infatti allegorica mente il peccato, ed è oscura perché non ha accolto la 'luce' della grazia, cioè la chiamata di Dio alla salvezza. La diritta via è invece la 'retta via' dei Vangeli, cioè la vita giusta e rispettosa degli insegnamenti di Cristo.
4-6 Ahimè, quanto è difficile (cosa dura) da dire (a dir) che cosa fosse (qual era) questo bosco selvatico (selvaggia) e intricato (aspra) e difficile (forte) [da attraversare] che, [solo] a pensarci (nei Pensieri, fa rinascere (rima) la paura
7-9 [La selva] è tanto terribile (amara) che la morte [lo] è poco [di] più; ma per parlare (trattar) del bene che io (ch'i) vi trovai, dirò delle altre cose che io vi ho visto (scorte, da 'scorgere').
Il peccato è peggiore della morte perché conduce alla dannazione, che è la morte dell'anima oltre che del corpo.
10-12 lo non so ripetere esattamente (ben ridir) come vi fossi entrato (com'i v'intrai=come io vi entrai),
tanto ero (era) offuscato dal sonno (pien dl sonno) nel momento (a quel punto) in cui (che) lasciai la via giusta (verace vera).
Il sonno indica l'oscuramento delle secondo la teologia medievale, infatti, il peccato nasce come errore della ragione nella valutazione di che cosa sia il bene.
13-18 Ma dopo che io (poi ch'ì) fui arrivato (giunto) ai piedi (al piè) di un colle, là dove finiva quella valle che mi aveva trafitto (compunto) di paura il cuore, guardai in alto e vidi le sue ]: del colle] pendici (spalle) già ricoperte (vestite) dai raggi dell'astro (pianeta)[: il sole] che guida (mena) dirittamente (dritto) ogni uomo (altrui) per tutte le strade (calle).
La scienza medievale non distingueva fra stella (come è il sole) e pianeta, indicando entrambi con questo secondo termine. Il colle è un'allegoria della salvezza promessa in terra agli uomini. La luce del sole è la grazia di Dio, che guidagli uomini durante l'esistenza terrena.

Allor fu la paura un poco queta,
che nel lago del cor m’era durata
la notte ch’i’ passai con tanta pieta.

E come quei che con lena affannata,
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l’acqua perigliosa e guata,

così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva.

Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,
ripresi via per la piaggia diserta,
sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso.

Ed ecco, quasi al cominciar de l'erta,
una lonza leggera e presta molto,
che di pel macolato era coverta;

e non mi si partia dinanzi al volto,
anzi ’mpediva tanto il mio cammino,
ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.

Temp’era dal principio del mattino,
e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle
ch’eran con lui quando l’amor divino

mosse di prima quelle cose belle;

sì ch’a bene sperar m’era cagione
di quella fiera a la gaetta pelle

l’ora del tempo e la dolce stagione;
ma non sì che paura non mi desse
la vista che m'apparve d'un leone.

Questi parea che contra me venisse
con la test’alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l’aere ne tremesse.

19-21 Allora si calmò (fu...queta) un po' la paura che mi era stata (durata) nell'interno (lago) del cuore [durante] la notte che io trascorsi con tanta pena (pieta, da leggere "pièta").
Il lago indica, metaforicamente, le cavità interne del cuore, dette così perché raccolgono il sangue, che è appunto un liquido.
22-27 E come colui (quei) che, con respiro (Iena) affannato, uscito fuori dal mare (pelago) sulla (a la) riva, si volta (volge) verso (a) l'acqua pericolosa (perigliosa) e [la] guarda fisso (guata), così il mio animo, che ancora pensava a fuggire [dalla sera] (ch'ancor fuggiva) [: io, che nel mio pensiero ancora avrei voluto fuggire] si voltò indietro (a retro) a riguardare il luogo che non aveva mai superato (che non lasciò già mai) vivo [nessun] uomo (persona).
La similitudine del naufrago (la prima del poema) esprime l'angoscia di Dante e la sua ricerca di salvezza. 28-30 Dopo (Poi) che ebbi (èi) riposato (posato) un poco il [mio] corpo stanco (lasso), ripresi il cammino (via) attraverso il pendio solitario (per la piaggia diserta). in modo (sì così) che il piede ('I piè) fermo [: quello su cui far levai era sempre il più basso. Dante descrive l'esperienza comune per cui, in
un percorso in salita, ci si appoggia di più sul piede che sta in basso. L'interpretazione allegorica e discussa sin dai commentatori antichi.
31-36 Ed ecco, quasi all'inizio della salita (al cominciar de l'erta), [vidi] una lonza snella (leggera) e molto agile (presta), che era ricoperta (coverta) di pelo maculato (macolato); e non se ne andava (mi si partia) [da] davanti a me (dinanzi al volto), anzi ostacolava ('mpediva) il mio cammino a tal punto (tanto), che io mi girai (i' fui...vòlto, da 'volgere') più volte per ritornare [indietro].

Propriamente, la lonza è una sorta di pantera o leopardo. È la prima delle tre bestie allegoriche incontrate nella selva: ciascuna di esse rappresenta gli ostacoli che l'umanità (e in particolare l'umanità del tempo di Dante) incontra sul proprio cammino e che la conducono all'infelicità in terra e alla dannazione ultraterrena. Allegoricamente,rappresenta secondo la maggior parte dei commentatori il peccato di lussuria. Altri vedono in essa la superbia o la malizia.
37-45 Era l'ora (Temp'era) all'inizio (dal principio) del mattino, e il sole saliva in alto (montava 'n sì) insieme a quelle stelle la costellazione dell'Ariete] che erano con esso quando l'amore di Dio fece muovere (mosse) per la prima volta (di prima) quelle cose belle I: le stelle]; di modo (sì = così) che l'ora (l'ora del tempo; espressione ridondante) e la dolce stagione [: la primavera] mi davano motivo (m'era cagione = mi era causa) di (a) sperare bene su quella belva (fiera) dal pelo variegato (a la gaetta pelle): ma non al punto (sì) che non mi spaventasse (paura non mi desse) l'aspetto (la vista) che mi apparve di un leone.
L'ora è propizia: gli astri sono in cielo nella stessa posizione che occuparono quando fu creato il mondo (di primavera, e dunque con il sole in Mete): quando, cioè, Dio predispose ogni cosa per la felicità dell'uomo. Perciò Dante si sente incoraggiato e pronto a vincere il pericolo della lonza. Ma appare allora un leone, allegoria della superbia (difatti ha la test'alta, v. 47); o, secondo altri, dell'invidia o della "matta bestialità" (cioè dell'irrazionalità degli istinti).
46-48 Sembrava (parca) che questi [: il leone] venisse contro me con la testa alta e con fame rabbiosa, tanto (sì = così) che sembrava che l'aria (l'aere) [stessa] ne tremasse (tremesse).
L'aspetto terribile del leone sembra trasmettersi alla stessa natura.


Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame,

questa mi porse tanto di gravezza
con la paura ch’uscia di sua vista,
ch’io perdei la speranza de l’altezza.

E qual è quei che volontieri acquista,
e giugne ’l tempo che perder lo face,
che ’n tutti suoi pensier piange e s’attrista;

tal mi fece la bestia sanza pace,
che, venendomi ’ncontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove ’l sol tace.

Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,
dinanzi a li occhi mi si fu offerto
chi per lungo silenzio parea fioco.

Quando vidi costui nel gran diserto,
"Miserere di me", gridai a lui,
"qual che tu sii, od ombra od omo certo!".

Rispuosemi: "Non omo, omo già fui,
e li parenti miei furon lombardi,
mantoani per patrïa ambedui.

Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto
nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.

Poeta fui, e cantai di quel giusto
figliuol d’Anchise che venne di Troia,
poi che ’l superbo Ilïón fu combusto.

49-54 E una lupa, che nella sua magrezza sembrava afflitta (carta = carica) dalla più grande fame (di tutte brame = di ogni voglia), e [che] fece (fé) vivere infelici (grame) già [prima] molte persone (genti), [ebbene] questa [lupa] mi diede (porse) tanta angoscia (tanto di gravezza) per (con) lo spavento che ispirava il suo aspetto (ch'uscia di sua vista = che usciva dalla visione di essa), che io persi la speranza di [raggiungere] la cima (altezza) [del colle].
La lupa, ultimo e più temibile pericolo, rappresenterebbe il peccato di avarizia: chi ne è colpito dimentica che i beni terreni hanno valore solo strumentale e che non devono distogliere dai beni spirituali. Alcuni commentatori interpretano la lupa come allegoria dell'incontinenza, cioè dell'incapacità di moderare i propri desideri.
55-60 E come è colui (qual è quel) che guadagna (acquista) con soddisfazione (volontieri), ma (e) [poi] viene il momento che lo fa (face) perdere, in cui (che) in ogni suo pensiero piange e si rattrista (s'attrista); così (tal) mi rese (fece) la bestia implacabile (sanza pace: sanza senza), che, venendomi incontro, a poco a poco mi rispingeva (ripigneva) là dove il sole non risplende (tace; • sinestesia) [: cioè nell'oscurità].
Nuova similitudine, tratta dal mondo quotidiano. Il potere della lupa non si rivolge tanto alla persona di Dante, ma a lui come rappresentante di tutta l'umanità traviata.
61-63 Mentre io (Mentre ch'i') cadevo (rovinava) in basso (in basso loco), mi si presentò (mi si fu offerto) davanti agli occhi uno che (chi) appariva (parea) indebolito (fioco) per [il suo] lungo silenzio (: per aver taciuto a lungo].
Oggettivo fioco può essere interpretato in due modi: nel senso di senza voce (ma l'ombra non ha ancora parlato e Dante non potrebbe giudicarne la voce) o meglio nel senso di sbiadito, evanescente (e allora bisognerebbe pensare che silenzio indica l'assenza di vita in generale).
64-66 Quando vidi costui nel vasto luogo solitario (nel gran diserto), gli (a lui) gridai: Abbi pietà (Miserere) di me, chiunque (qual che) tu sia, o ombra o uomo reale (orno certo)!..
Miserere è il latino dei Salmi: ombra indica o lo spirito di un morto, o un'apparizione illusoria.
67-69 Mi rispose (Rispuosemi): «Non [sono unì uomo (orno), (mal fui uomo un tempo (già), e i miei genitori (parenti) furono padani (lombardi), entrambi (ambedui) mantovani di nascita (per patria).
Parla Publio Virgilio Marone, il grande poeta latino nato ad Andes, vicino Mantova, nel 70 a.C. e morto nel 19 a.C. a Brindisi: autore delle Bucoliche, delle Georgiche e dell'Eneide, il poema epico che celebra la gloria dì Roma e della dinastia Giulia. Nel Medioevo, era nata su di lui una leggenda che lo voleva dotto, profeta e mago. Dante ne fa un maestro di stile e insieme di vita, e perciò degno di condurlo attraverso Inferno e Purgatorio. Egli è un rappresentante di quell'umanità che, prima dell'avvento di Cristo, seguì valori nobili e giusti: perciò Dante ne fa un'allegoria della ragione, al tempo stesso indispensabile e insufficiente al conseguimento della salvezza, se non è completata dalla fede.
70-72 Nacqui sotto [il governo di] Giulio [Cesare] (sub tulio; latino), sebbene (ancor che) fosse [troppo] tardi [perché potessimo conoscerci] e vissi a Roma sotto il nobile (buono) Augusto, all epoca degli dei falsi e ingannevoli (bugiardi) [: a! tempo del paganesimo].
Alla morte di Cesare, nel 44 a.C., Virgilio aveva ventisei anni. Ottaviano Augusto fu protettore del poeta; qui è detto buono non solo per le sue virtù individuali, ma anche perché fondatore dell'Impero.
73-75 Fui poeta, e scrissi in versi (cantai) di quel giusto figlio (figliuol) di Anchise [: Enea] che venne da Troia, dopo che (poi che) la superba Ilio (Un) fu incendiata (combusto).
È l'argomento dell'Eneide. Ilion era la rocca di Troia.


Ma tu perché ritorni a tanta noia?
perché non sali il dilettoso monte
ch’è principio e cagion di tutta gioia?".

"Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte
che spandi di parlar sì largo fiume?",
rispuos’io lui con vergognosa fronte.

"O de li altri poeti onore e lume,
vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore
che m’ ha fatto cercar lo tuo volume.

Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore,
tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
lo bello stilo che m’ ha fatto onore.

Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;
aiutami da lei, famoso saggio,
ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi".

"A te convien tenere altro vïaggio",
rispuose, poi che lagrimar mi vide,
"se vuo’ campar d’esto loco selvaggio;

ché questa bestia, per la qual tu gride,
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide;

e ha natura sì malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo ’l pasto ha più fame che pria.

Molti son li animali a cui s’ammoglia,
e più saranno ancora, infin che ’l veltro
verrà, che la farà morir con doglia.

Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapïenza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro.


76-78 Ma tu perché ritorni [indietro] verso [un luogo che dal così grande (tanta) pena (noia) [: verso la selva]? Perché non sali il bel (dilettoso = piacevole) monte che è inizio e causa (principio e cagion) di ogni (tutta) gioia?.
Per capire questi versi, bisogna pensare al loro significato allegorico: la via della salvezza rappresentata dal colle è infatti l'unica che dia la vera felicità.
79-81 lo gli riposi (rispuos'io lui; lui a lui) con espressione (fronte volto) rispettosa (vergognosa): «Dunque (Or) sei (se') tu quel [famoso] Virgilio e quella fonte che sparge (spandi) un così abbondante (largo) fiume di parole [: quei Virgilio che ha scritto poemi così alti]?».
La prima lode di Dante va all'eloquenza di Virgilio, che è un fatto al tempo stesso di stile e di sapienza.
824 «O [tu che sei] la gloria (onore) e la guida (lume) degli altri poeti, mi servano (vagliami = mi valga) [a ottenere il tuo aiuto] il lungo studio e il grande amore che mi hanno fatto leggere con tanta attenzione (cercar) le tue opere (lo tuo volume).
85-87 Tu sei il mio maestro e il mio autore, tu solo sei colui dal quale (da cu' = da cui) ho tratto (tolsi) lo stile illustre (lo bello stilo) che mi ha procurato fama (m'ha fatto onore).
Autore è, nella cultura medievale, lo scrittore degno di essere imitato e perciò maestro. II bello stilo è lo stile alto o 'tragico', ispirato in senso ideale alla lezione della grande poesia di Virgilio. Qui Dante si pone in diretta continuità con lui, reinterpretando anche la sua passata produzione volgare (Vita nuova, Convivio e rime) alla luce delle esigenze della Commedia.
88-90 Vedi la belva a causa della quale (per cu' = per cui) io mi voltai [indietro] [: la lupa]; salvami (aiutami) da lei, saggio famoso, poiché essa (ch'ella) mi fa tremare [per la paura] le vene e le arterie (polsi)».
91-99 [Virgilio], dopo che (poi che) mi vide piangere (lagrimar), rispose: A te è necessario (convien) seguire (tenere) un'altra strada (viaggio), se vuoi salvarti (campar) da questo luogo (d'esto loco) selvaggio; giacché (ché) questa bestia per la quale tu chiedi aiuto (grido) non lascia passare gli altri (altrui) dalla sua via, ma li ostacola tanto che li uccide; e ha [una] natura così (sì) malvagia e crudele (ria), che non sazia (empie = riempie) mai il [suo] desiderio (voglia) smanioso (brmosa), e dopo aver mangiato (dopo 'I pasto) ha più fame di prima (che pria).
L'altro viaggio è n viaggio nei tre mondi ultraterreni che Dante sta per intraprendere. Virgilio gli spiega i pericoli che l'avarizia rappresenta per l'umanità e, in particolare, la sua insaziabilità.
100-102 Sono molte le creature (li animali) a cui [la lupa] si unisce (s'ammoglia = si sposa), e saranno ancora [di] più [in futuro], fino a quando (infin che) verrà il veltro che la farà morire con dolore (doglia).
L'avarizia viene indicata da Dante come il male peggiore del suo tempo. Il veltro è, propriamente, un cane da caccia. Qui indica, allegoricamente, la personalità che, immune da quel peccato, rinnoverà la società. 103-105 Esso (Questi) [: il veltro] non si ciberà [né di] terre né [di] danaro (peltro), ma [di] sapienza, amore e virtù (*tute) e la sua nascita (nazion) avverrà (sarà) tra feltro e feltro.
La terzina sviluppa I'allegoria del veltro. Il peltro è una lega metallica usata per le monete; insieme alla terra. in dica i beni mobili e immobili. Sapienza, amore e virtute richiamano le persone della Trinità: rispettivamente il Figlio, lo Spirito Santo e il Padre; in. dicano, in generale, i principi religiosi e il rispetto della volontà di Dio. Il feltro è un panno di scarso valore. Si allude qui, certamente, all'umiltà del riformatore, animato da valori spirituali anziché da interessi materiali. Sull'identità di questi, le ipotesi sono varie; anche perché Dante costruisce una profezia volutamente oscura e non è detto che, scrivendola, avesse in mente un preciso personaggio storico. Potrebbe trattarsi di un religioso, estraneo al potere temporale: forse un francescano, per la tela grezza dell'abito (feltro), asceso al pontificato (qualcuno fa il nome di Benedetto XI). Oppure, di un imperatore, che non avrà necessità di inseguire possessi e ricchezze, già assegnategli dalla sua carica; e la cui elezione avveniva estraendone il nome da un'urna foderata di feltro. Il nome più ovvio sarebbe allora quello di Arrigo VII, più volte esaltato da Dante : egli fu però eletto nel novembre del 1308. quando l'Inferno era stato ultimato. Ancora, tra feltro e feltro potrebbe alludere a Feltre in Veneto e Monte Feltro in Romagna, e porterebbe a Cangrande della Scala, il signore di Verona e vicario imperiale che ospiterà Dante durante l'esilio e che sarà celebrato nel Paradiso (ma che, essendo nato nel 1291, era troppo giovane all'epoca della stesura dell'Inferno; e Dante, del resto, lo conoscerà solo dopo il 1312).


Di quella umile Italia fia salute
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute.

Questi la caccerà per ogne villa,
fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno,
là onde ’nvidia prima dipartilla.

Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno
che tu mi segui, e io sarò tua guida,
e trarrotti di qui per loco etterno;

ove udirai le disperate strida,
vedrai li antichi spiriti dolenti,
ch’a la seconda morte ciascun grida;

e vederai color che son contenti
nel foco, perché speran di venire
quando che sia a le beate genti.

A le quai poi se tu vorrai salire,
anima fia a ciò più di me degna:
con lei ti lascerò nel mio partire;

ché quello imperador che là sù regna,
perch’i’ fu’ ribellante a la sua legge,
non vuol che ’n sua città per me si vegna.

In tutte parti impera e quivi regge;
quivi è la sua città e l’alto seggio:
oh felice colui cu’ ivi elegge!".

106-108 [II veltto] sarà (fia) [la] salvezza (salute) di quella misera (umile) Italia per la quale morirono la vergine Camilla, Eurialo, Turno e Niso per le ferite (dl ferute).
Virgilio ricorda qui gli eroi che, nell'Eneide ,muoiono combattendo nella guerra che è la remota premessa alla fondazione dell'Impero di Roma, l'Italia è detta umile come nell'Eneide (dove però si allude al fatto che ha le coste basse).
109-111 Questi e il veltro) la caccerà in ogni città (per ogne villa) [: ovunque], finché (non) l'avrà ricacciata nell'Inferno, là da dove (onde) la fece uscire in origine (prima) l'odio ('nvidia) (del demonio contro l'umanità).
112-120 Perciò (Ond' =onde, per la qual cosa) io credo e giudico (discerno) (necessario) che tu, per salvarti (per lo tuo me' per (ottenere) il tuo meglio), mi segua; e io sarò tua guida e ti porterò via (trarrotti ti trarrò) di qui attraverso (per) un luogo eterno (: l'Inferno), dove (ove) sentirai le grida disperate, vedrai gli antichi [: perché morti da tempo) spiriti che soffrono (dolenti). che invocano (grida) tutti (ciascun) la morte dell'anima (seconda rispetto a quella del corpo, e perciò totale); e vedrai coloro che sono contenti nel fuoco [che li purifica] (: le anime del Purgatorio), perché sperano di giungere, quando sarà [il momento] (quando che sla), tra (a) le anime (genti) beate [: in Paradiso].
Virgilio espone a Dante il percorso che compierà con lui.
121-126 E se poi tu vorrai ascendere [sino] ad esse (A le qual alle quali) [: alle anime beate], ci sarà (h) per questo (a ciò) un'anima più degna di me [: Beatrice]: ti lascerò con lei andandomene (nel mio partire); poiché (ché) quel sovrano [: Dio] che regna lassù [: in cielo] non vuole che si giunga (si vegna si venga) nella sua città [: in Paradiso] grazie a me (per me), poiché io fui estraneo (riunente ribelle) alla sua legge.
In Paradiso Dante non potrà essere guidato da Virgilio, ma da Beatrice: la sola ragione, infatti, non può comprendere le verità rivelate da Dio e condurre alla salvezza eterna. Il poeta latino sottolinea qui o propri limiti e il proprio dramma. In realtà, egli non fu ribellante all'insegnamento di Cristo, che semplicemente non conobbe; eppure, vive questa ignoranza come un segno di esclusione voluta da Dio stesso.
127-129 [Dio] governa indirettamente (impera) su tutto il creato (in tutte partì) e regna direttamente (regge) là (quivi qui, perché ne ha appena parlato) [: in Paradiso): là sono la sua capitale (città) e il [suo] alto trono (seggio): oh, felice colui che (cu' cui) [Dio] sceglie (elegge) (perché possa vivere] là (ivi)!.
II regno di Dio è descritto come quello di un sovrano feudale: egli è imperatore sui territori propri e sulla sua capitale, ma re sugli altri, che governa tramite i vassalli. L'esclamazione del v. 129 esprime il mistero della volontà divina, che sceglie chi dannare e chi salvare secondo ragioni imperscrutabili.

E io a lui: "Poeta, io ti richeggio
per quello Dio che tu non conoscesti,
acciò ch’io fugga questo male e peggio,

che tu mi meni là dov’or dicesti,
sì ch’io veggia la porta di san Pietro
e color cui tu fai cotanto mesti".

Allor si mosse, e io li tenni dietro.

130-135 E io [dissi] a lui: Poeta, io ti prego (richeggio richiedo) in nome di (per) quel Dio che tu non conoscesti, perché io (acciò ch'io) mi salvi da (fugga) questo male ]: la selva e il peccato], e [da uno] peggiore (peggio) [: la dannazione eterna], che tu mi conduca (meni) là dove hai detto prima
(or dicesti) E: attraverso Inferno e Purgatorio], così (sì) che io veda (veggia) la porta di san Pietro [: quella del Purgatorio] e coloro che (cui) tu dici (fai rappresenti) tanto (cotanto) infelici [: le anime dell'Inferno].
La porta di san Pietro è identificata da alcuni commentatori in quella del Purgatorio, mentre secondo altri indica l'accesso al Paradiso. Il canto si conclude con la decisa affermazione della volontà di Dante: la grazia di Dio (e l'aiuto di Virgilio ne è un segno) va infatti accolta dall'individuo.
136 Allora si mosse, e io gli andai dietro (II tenni dietro).

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